UN PICCOLO PEZZO DI ME

Monsieur Yves Rocher nasce alla Gracilly, nel cuore della Bretagna, in Francia negli anni 50. Una guaritrice gli rivela la ricetta di una crema a base di Ficaria di cui, solo lei, conosceva il segreto.

Yves Rocher decide quindi di crearla artigianalmente e inizia a proporla ai suoi conoscenti. Di fronte al successo ottenuto, comincia a venderla per corrispondenza.

Appassionato del vegetale e affascinato dall’Erbario creato da suo nonno, Yves Rocher approfondisce, poco a poco, le sue conoscenze e mette a punto altri prodotti di bellezza.

Il solaio di casa sua diventa anche il suo laboratorio e il suo centro di spedizione.

Le lettere di richiesta aumentano e i pacchi si moltiplicano.

Yves Rocher sta inventando una nuova bellezza nel pieno rispetto della natura e delle donne.

Nasce la Cosmetique Végétale.

Una bellezza che seduce oggi 30 milioni di donne nel mondo.

Cover FB YR frase

 

Yves Rocher è entrato nella mia vita 2 anni fa e devo dire che, in qualche modo, me l’ha cambiata. Io sono anche questo. Ci credo, promuovo i prodotti, li vendo, ho creato un mio team di lavoro, lasciatemelo dire, stupendo e mi sento realizzata. Ho quello che voglio. Un lavoro, da fare a casa, senza trascurare i miei compiti di mamma e moglie. Di meglio non potevo sperare. E ci credo, non solo perchè i prodotti sono validi ma anche per tanti altri motivi che, se avete un po’ di pazienza nel continuare a leggere, vi elenco qua sotto. Non sono per niente da sottovalutare:

  • Dal 1989 Yves Rocher NON testa i prodotti finiti sugli animali. Per questo impegno ha ricevuto, nel 1992, la medaglia d’oro dalla SPA (Società Protezione Animali in Francia)
  • NON utilizza alcun ingrediente di origine animale ad eccezione di miele e cera d’api.
  • A fianco del programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, contribuisce con l’operazione “Piantiamo per il Pianeta“. In occasione del 50° anniversario si sono posti come obiettivo di piantare 50 milioni di alberi nei prossimi 5 anni.
  • Riduzione degli imballaggi, scelta di materie riciclabili e, se possibile, monomateriale.
  • Dal 2006 ha abolito i sacchetti di plastica nei suoi negozi proponendo un sacchetto ecologico riutilizzabile. Questo permette di risparmiare 200 tonnellate di plastica che altrimenti verrebbero dispersi nell’ambiente.

Eccomi, con quella che sono e quello che faccio … se a qualcuno che passa di qua, viene voglia di saperne di più o di unirsi al mio gruppo di lavoro, non importa di dove siete, mi contatti…sarò lieta di illuminarvi su questo mondo fantastico.

Buon week end!! 🙂

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OBBEDIRE E’ MEGLIO. Le regole della Compagnia dell’agnello

Obbedire è meglio. Le regole della Compagnia dell'agnelloSe c’è un verbo che userei per rappresentare la mia persona è CONDIVIDERE. Sono una persona Social, mi piace condividere, ossia DIVIDERE CON, la mia vita, le mie emozioni, le mie gioie, i miei dolori, i miei  pensieri, i miei sorrisi, le mie lacrime. Insomma io e il condividere ci intendiamo a meraviglia. E se c’è una cosa che ormai tutti, ma proprio tutti, muri e bidoni della spazzatura compresi, sanno è che adoro leggere. Anzi, per meglio dire, leggere per me è vitale. Leggo un po’ di tutto ad esclusione di gialli e fantasy che non mi attraggono particolarmente. L’altra settimana la mia amica Silvia, (faccio il nome perchè è così una bella persona che definirla solo una mia amica non le rende giustizia!) mi ha prestato un libro. E secondo me, me lo ha prestato perchè in questi anni che ci frequentiamo un po’ di più ha imparato a conoscermi e a grattare la scorza e vedere sotto. E di questo non la ringrazierò mai abbastanza. Silvia è una di quelle persone che ti spinge a migliorare, che ti fa venire voglia di entrare, se già non ci sei già, nella Compagnia dell’Agnello. Sì, il libro che mi ha prestato parla proprio di questa Compagnia dell’Agnello. Ogni pagina che leggo mi fa sorridere perchè il pensiero è sempre quello:

<<Ma questa sono troppo io! … Ma l’autrice, tale Costanza Miriano, sta proprio parlando di me!>>

Ed è così che ho deciso che, nel consigliare questo libro a chiunque avrà voglia di mettersi a leggere questo mio post, che arriva quando ormai pensavo di chiuderlo, questo blog, abbandonato, non mi limiterò a copiare la quarta di copertina e dirvi di cosa parla ma voglio, per l’appunto, CONDIVIDERE, un passo di questo libro che mi sento di consigliare a tutte, ma proprio tutte, le mie Amiche, reali, virtuali e di blog. A voi:

OBBEDIRE ALLA FAMIGLIA

( in compagnia di Lucia)

” Se incontro qualcuno del mio palazzo che non conosco, di solito mi presento, si sa che avere buoni vicini può tornare utile, soprattutto nel caso che qualche belva feroce – ragni, gechi, pipistrelli – si presenti in casa quando il marito non c’è (è quello il momento che le temibili creature attendono per palesarsi, generando poi regolarmente incredulità nel consorte <<L’ho visto davvero, era qui, grosso e sbatteva le ali!!!>> <<Sì, sì, ci credo, come no? D’altra parte non sei tu quella che ha visto un lupo nel parcheggio della redazione?>> e già tutti, figli compresi, a sghignazzare). Dunque io, previdente, mi presento a chiunque capiti nel palazzo: salve, sono Costanza, quella del piano terra, mi raccomando, per qualsiasi cosa non esiti a chiedere, che so, se rimane senza sale o zucchero… Di sicuro anche io non li avrò, ma magari ci facciamo compagnia, per esempio le presto la cannella, o una Cherry coke, da noi le cose inutili non mancano mai. Solo, mi spiace ma la devo avvisare: ho il campanello rotto, quindi bussi, e molto forte, fino alle dieci di sera c’è un po’ di confusione a casa mia. Di solito a questo punto il condomino, se abita nel palazzo da almeno tre giorni, butta là qualche commento che mi getta nello sconforto, tipo che sì, certo lo sa bene che da noi c’è confusione, ed effettivamente l’altro giorno aveva provato a suonare perchè aveva sentito gridare disperatamente, e si era un po’ allarmato. <<E’ mortooooo! Guarda le budella schizzano!!>>. Poi però nessuno aveva aperto la porta, e alla fine si era un po’ rassicurato, al sentire le parole: <<No, no, è morto di febbre!>>. Spesso percepisco un po’ di allarme e compatimento nelle parole dei vicini – si sente tutto da dentro casa mia, sapevatelo – tipo la vecchietta del settimo piano, che dice all’amica, sul pianerottolo << L’altro giorno c’era un ragazzino appeso al nespolo, e cinque gli tiravano i mandarini>> <<Ma la madre?>> <<Tirava i limoni>>, per non parlare degli sguardi inorriditi della ragazza solitaria del quarto, che esce col cane e quattro sacchetti microscopici di spazzatura differenziata che io immagino divisa, compatta e sciacquata probabilmente meglio dei miei piatti, mentre io butto ogni giorno un sacco condominiale delle dimensioni di un muflone di piccola taglia corna comprese. D’altra parte anche io, come quella del quarto piano, ho avuto una fase da giovanissima, in cui pensavo che i bambini fossero creature moleste, una sciagura che a me non sarebbe mai capitata, anche perchè non avrei mai avuto tempo da perdere con soggetti che non fossero in grado di versarsi una birra fredda da soli ( cosa che rendeva un uomo catalogabile come adulto), nè avrei mai permesso a uno gnomo di rubare l’attenzione del mio principe azzurro che, alle medie ne ero certa, avrebbe senz’altro avuto le gambe di Antonio Cabrini ( gli anni Ottanta!), la faccia di Robert Redford e la rassicurante ironia di Cary Grant, e soprattutto avrebbe dovuto occuparsi esclusivamente di me. Poi però è successo altro. Proprio io che sono sempre in ritardo devo invece avere un orologio biologico in anticipo sulla media nazionale, perchè ben presto ho cominciato a guardare con voluttà fasciatoi e giustacuori taglia zero, e appena ho conosciuto il mio futuro marito, al primo appuntamento gli ho parlato di carrozzine e passeggini, e lui peraltro non se ne è andato, pur essendo all’epoca di quelli che pensavano come i fratelli Marx che il matrimonio fosse un istituto meraviglioso. Ma chi, appunto, vorrebbe mai chiudersi in un istituto? Ora non lo ammetterà neanche sotto tortura, ma in realtà si è piuttosto accomodato nella sua stanzetta in istituto, credo che cominci anche a piacergli. Gli piace tornare a casa e trovare una bambina senza calzini, col piede sul tavolo a contarsi le dita, perchè fa le addizioni e ha finito quelle delle mani. Gli piace aspettare con ansia a tavola quello che porterò, l’ansia non per i piatti, che sono sempre gli stessi, ma per la curiosità di scoprire come li chiamerò. Gli piace, la sera, essere messo a parte dei progetti per il futuro della prole, un figlio che (il mercoledì) vuole fare lo psichiatra (chissà il venerdì), un altro che si conquisterà sul campo di battaglia un titolo nobiliare <<e il mio stemma sarà tutto costernato di foglie di alloro>>. Gli piace assistere al lancio di mutande e calzini sporchi dalla finestrella che mette in comunicazione i due bagni, gioco che mitiga la durezza della condanna serale, la doccia, pena che peraltro a volte può anche essere commutata grazie al cosiddetto rito abbreviato (lavaggio di alcune parti del corpo) se l’imputato è incensurato. A volte un calzino si incastra nel lampadario, il che spiega perchè quando arrivano ospiti a casa mia c’è sempre qualche elemento che sfugge al frenetico controllo finale (come può una povera donna ricordarsi anche di togliere i calzini dai lampadari?).Spiace per la descrizione della famiglia che viene fuori da giornali, film, libri: o un luogo tristissimo, di oppressione, scappando dal quale si può finalmente vivere chissà che splendore, oppure al contrario il luogo dei valori, parola che a me personalmente fa venire voglia di grattarmi sulle cuciture dei vestiti, assalita da una terribile insofferenza a tutto quello che dovresti fare per qualche motivo diverso dal fatto che il tuo cuore, l’intelligenza, e la volontà lo hanno giudicato grande e degno e anche molto divertente. Sì, perchè secondo me la famiglia è soprattutto un posto divertente, e molto ragionevole. E’ normale per l’uomo fare una famiglia. E’ l’unico posto che funziona davvero, ed è l’unico sistema in cui, a differenza del resto delle situazioni, si fa il tifo perchè vinca l’altro, dato che non è un gioco a somma zero – io vinco se tu perdi – ma è un gioco in cui il risultato è uguale per tutti, insieme. La persona che mi ha fatto decidere di scrivere questo libro mi ha accolta una sera a casa sua a mezzanotte. Ero stata a un convegno, lontana da casa, e con un’amica dovevo andare a cena in albergo. Guidava lei, e mentre cominciavo a raccontarle di quest’idea di scrivere un libro sull’agnello, vago progetto che stava prendendo corpo in qualche anfratto del mio cervello, ha deciso che in quel caso dovevo necessariamente conoscere Lucia. Ha quasi inchiodato con la sua Audi, invertito la marcia e mi ha portato a casa di questa amica. La possibilità che qualcuno piombi a casa mia di sorpresa – pur con un preavviso telefonico di un quarto d’ora – è uno dei miei peggiori incubi ricorrenti, ha preso il posto di quello sull’esame di maturità, mentre Lucia, senza apparentemente agitarsi troppo a mezzanotte circa mi ha fatto trovare la pasta in via di cottura, le polpette scaldate e una tavola apparecchiata, seppur con tovaglia un po’ sgualcita già usata per la cena di famiglia (le tovaglie di casa mia generalmente dopo ogni pasto presentano solo qualche impercettibile tratto non macchiato, essendo il campionato di rovesciamento del cibo molto combattuto quest’anno con Lavinia che procede a punteggio pieno, e i suoi fratelli che le tengono il fiato sul collo, pronti a toglierle il primato in classifica in caso di cedimento).

Lucia, che è ingegnere, per quanto nulla nel suo aspetto tradisca “quadratezza” – è tutta tonda, morbida, caschetto nero, occhioni neri, bocca carnosa – era incinta del quarto figlio quando il marito, una sera, mentre mangiava la fettina panata, senza neanche guardarla negli occhi, le ha annunciato che sarebbe andato via. <<Via dove?>> <<Via. Domani non torno a casa. Vado a vivere con un’altra.>> Io non so se succeda come quando ti prende sotto una macchina – a me è capitato – e ti ritrovi con la testa per terra, sull’asfalto, e vedi confusamente dei signori che ti caricano in ambulanza, e mentre svieni riesci solo insistentemente a chiederti chi andrà a prendere tuo figlio a basket, anche se quel giorno non c’è basket, oppure pensi “oddio, è arrivato il momento che sempre diceva mia mamma, speriamo di avere mutande e reggiseno bene abbinati”, e non senti neanche il dolore da quanto è forte, nè tanto meno percepisci che la tua vita è in pericolo, perchè è troppa roba da pensare, e quindi è meglio concentrarsi sul colore del reggiseno (per la cronaca, non erano abbinati). Non so se anche Lucia abbia pensato come me qualcosa di stupido, tipo ” e adesso, domani chi va prendere il figlio numero due a canoa?”, o anche “mannaggia, giusto oggi che avevo messo del cinghiale a bagno nel vino, per cucinarglielo”. Credo che succeda così, che uno riesca a inquadrare solo trascurabili particolari, perchè il dolore quando è troppo non si sente neanche. Si inizia a percepirlo la mattina dopo, e aumenta e aumenta, e quando si comincia a cercare di muoversi, a fare qualche passo, ad alzare un braccio, tutto è dolorante, e il male è intollerabile. Lucia ha dovuto alzarsi la mattina dopo, portare a scuola tre figli dopo aver messo tre merende in tre zaini, con la sua vistosa pancia al quarto mese (alla quarta gravidanza sin dalle prime settimane la pancia dà l’impressione di contenere il bambino già con la valigia pronta per l’ospedale, dentro la placenta). E’ dovuta rientrare in casa, allora non lavorava: con il marito avevano deciso che avrebbe fatto la mamma a tempo pieno. Ha dovuto pensare al pranzo, a fare tutta una serie di insormontabili cose normali come mettere un piede davanti all’altro, fare la doccia, infilare capi di abbigliamento plausibili, quando l’unica cosa che avrebbe voluto sarebbe stata scomparire, o almeno infilare la testa tra due cuscini e gridare fino a sentire male alla gola e piangere per giorni. Forse questa fedeltà al quotidiano, questa obbedienza alla vita che la sua famiglia le ha richiesto l’ha salvata, ha preservato la sua sanità mentale, le ha impedito di impazzire. Si è rimessa quasi subito a cercare lavoro, e intanto che mandava curricula e faceva colloqui ha partorito il quarto figlio. Al ritorno dall’ospedale ha dovuto ricominciare tutto per la quarta volta, in una casa vuota di uomini e piena di bambini piccoli, senza nessuno con più di sette anni con cui parlare, solo capricci e pianti e coccole e chiacchiere sul colore della gonna della Barbie, quando l’unica cosa che avrebbe voluto sarebbe stato prendere a testate il muro. Di giorno quasi era una cosa fattibile, con l’aiuto della tata e della nonna, e il padre dei bambini che ogni tanto a onor del vero si presentava ad accompagnarli a canoa; ma di notte, da sola, con i pianti, e le colichette, e i ciucci persi, la ferita della solitudine deve aver sanguinato parecchio. Dopo un po’ Lucia ha ripreso piano piano a lavorare in uno studio di un amico di amici (quando è proprio necessario, la Provvidenza provvede), prima part time poi più a lungo. Ma non è per questo che dovevo assolutamente conoscere Lucia. Credo che ci siano tante donne e tanti uomini che devono sopravvivere a questo dolore, e tanti lo fanno eroicamente. Il motivo per cui per me lei è davvero un agnello della Compagnia, è la trasformazione che ha vissuto, come si è misurata con la sua realtà, come l’ha giudicata, come l’ha accolta, come ha deciso di cominciare un lavoro chirurgico su se stessa. Non l’ho sentita dire una parola negativa su suo marito, mai, e neppure sulla donna che gliel’ha portato via, neanche un “cicciona” di sfuggita (quello non si nega mai a una rivale in amore che appena superi la taglia 38), proprio neanche un giudizio, e abbiamo parlato parecchio, in varie città adesso che ci penso, perchè la Compagnia, anche se gli agnelli sono lontani, a volte separati da un oceano, sa riannodare i suoi fili quando occorre. Non solo non ha giudicato, nè parlato male, che quello potrebbe anche essere solo il risultato di una pratica di autocontrollo da mettere in atto per non scoppiare a piangere quando tento di comprarmi un biglietto del treno dal sito di Trenitalia, e mi si refresha sempre la pagina quando sono al clic finale (gentile ufficio relazioni esterne, la prego di non querelarmi, è del tutto probabile che ciò sia dovuto a una mia personale tara genetica, o a un problema risalente ai primi anni di vita, quando caddi dalle scale della cugina Nicoletta che stava correndo: da allora ogni mezzo di locomozione che non siano le mie stesse gambe mi crea problemi). Quello di Lucia, invece, non è autocontrollo zen, è che come spesso accade la sofferenza le ha allargato il cuore: Yeshua vuole dire proprio “Dio allarga”, e guardando lei ho capito davvero cosa significa. Con ognuno di noi il Signore ha una pedagogia speciale, è la nostra personale storia della salvezza, che appunto è una storia, ed è lunga e sempre anche un po’ dolorosa, chè infatti se fosse qualcosa di istantaneo si chiamerebbe fotografia della salvezza. Quando uno è dentro il tritacarne generalmente non è tanto saggio, non apprezza la valenza pedagogica della fatica che sta facendo, e vorrebbe solo che finisse prima possibile. E’ per questo che è categoricamente vietato fare edificanti predicozzi sulla bellezza e il valore salvifico della croce alle persone che sono torchiate se non si vuole essere mandati a lumache. Nobili riflessioni sulla bellezza del dolore sono consentite solo quando i chiodi sono piantati nella propria carne, non in quella degli altri: quando è un amico a soffrire puoi solo abbracciarlo, sere seduto in silenzio vicino a lui, preparare una teglia di lasagne da consegnargli a casa, oppure se possibile portarla (in questo caso il femminile è d’obbligo) a comprare qualcosa di molto bello e di molto inutile, un capo con delle piume blu o almeno del coccodrillo viola. Comunque non so quando Lucia abbia cominciato a capire qualcosa, quando abbia cominciato a vedere le tracce della storia della salvezza nel suo dolore. Di sicuro nel momento in cui io l’ho conosciuta già diceva cose che me la facevano sembrare un’extraterrestre o, ed è in qualche modo lo stesso, una santa, cioè una persona che ha deciso di mettere la sua debolezza in Dio. E così invece di maledire quell’uomo, di stilare un fedele computo del numero dei calzini che aveva raccolto, delle cose che aveva sopportato, sfuriate, anniversari dimenticati, acquisti improvvidi di nuove lampade che non servivano al posto di ingredienti per la cena, occhiate distratte, nuovi tagli di capelli non notati, sacchetti della spazzatura non portati fuori o al limite scavalcati, insomma, invece di ricordare tutto questo Lucia ha cominciato a cercare di lavorare su se stessa, perchè proprio quando i figli e il marito (o la moglie) ti crocifiggono, è un’occasione per cambiare. Come un blocco di marmo Lucia si è lasciata portare via tutto quello che non era essenziale alla sopravvivenza, e da questo caos ha tirato fuori un’anima impoverita, limata, levigata, bellissima. Insomma, invece che parlare male del marito, quando ci siamo viste mi ha detto di quanto lei avesse smesso di essere fedele al lavoro che doveva fare sul proprio matrimonio, perchè il matrimonio non può essere, non principalmente, il posto in cui ci si riposa dalle fatiche, ma deve al contrario essere l’impegno principale. Io so che devo fare attenzione a non esagerare con lamentele, brontolii, rimostranze, critiche (un mio figlio dice che se su Google digiti “senso di colpa” il primo risultato è il mio nome). Infatti qualche sera fa, a tavola, quando io e mio marito ci stavamo chiedendo perchè nelle storie per bambini il protagonista debba quasi sempre essere un orfano, Lavinia ha ipotizzato:<<Perchè la mamma quando è viva, stressa.>> La sintesi è immediatamente diventata uno dei topoi letterari della nostra famiglia, tanto che quando comincio a rompere viene subito citato, anche nella sua forma sintetica <<la mamma quando è viva>>, al che io capisco rapidamente che è il caso di interrompere. Lucia per esempio, inondata com’era di bambini piccoli ha ammesso di aver lasciato troppo spazio a sua mamma in casa, e si sa quanto i mariti gradiscano, accanto a una moglie magari stanca e abbandonata al meno seducente dei tutoni felpati il rinforzo di una suocera, che diventa spesso non un aiuto per le emergenze, ma una costante per l’organizzazione delle giornate. E’ evidente che se la nonna c’è, ed è disponibile, si approfitta del suo aiuto, e magari si indulge anche un po’ nel chiederglielo, ma non si può dimenticare che il primo obiettivo è custodire la clausura della famiglia, anche a costo di faticare molto, molto di più. Conosco donne (e uomini) che non sanno liberarsi della ricerca dell’approvazione materna, la quale peraltro come si sa è spesso a uno standard elevatissimo, c’è sempre una misteriosa regola del codice materno che stai violando, qualunque cosa tu faccia. So anche che il mammismo è una delle più comuni cause di divorzio, e peraltro anche di nullità, per cui suggerirei di fare evacuare rapidamente le case possedute dalle mamme o dalle suocere, se possibile. Io sinceramente di fronte a un marito che se n’è andato con un’altra sarei molto più indulgente con me stessa, ma il mio agnellino preferito ha maturato nella preghiera questo sguardo di verità su se stessa, perchè si sa che la preghiera pulisce gli occhi come niente altro al mondo. La seconda responsabilità che Lucia ha ammesso è stata quella di avere dimenticato di essere un’amante, inverando la ben nota affermazione secondo cui “andare a letto con la propria moglie è come andare a caccia di anatre imbalsamate”, che è falsa, falsissima se solo ci si lavora un po’. Cura di sè, del tempo, creazione delle condizioni favorevoli, evitare di lasciare quei momenti per ultimi, o di aggiungerli a sterminate liste di cose da fare, come se non fossero che un altro punto. Adesso ometterei consigli facilmente reperibili su qualsiasi giornale femminile di serie diciamo dalla B in giù, tipo preparate una cenetta o mettete la biancheria giusta, perchè insomma il desiderio segue per ognuno strade misteriose e grazie a Dio diverse (pensa che tristezza se ci fosse la procedura standard seratina intima), e anche se di solito c’è una convergenza quasi universale del mondo maschile sull’apprezzamento di una brasiliana di pizzo rosa, l’importante è che si dia all’amore fisico tempo e spazio e soprattutto cura. Lucia dice che tutte queste cose le ha capite solo adesso, e che a volte questo dolore non è che un altro nome dell’amore di Dio, perchè come recita il salmo <<nella prosperità l’uomo non comprende, è come gli animali che periscono>>, e a un certo punto nel dolore, quando senti il cuore che tira e il cervello che scricchiola, la verità ti è miracolosamente a un tratto chiara. Il perchè ci voglia a volta la sofferenza per capire, anche per capire quel mistero che siamo noi a noi stessi, è un mistero a sua volta, e non lo si capisce se non dopo che è passato. La verità è che uomo e donna, anche se si scelgono con cura e tutta la convinzione, con discernimento e tutto quello che si voglia, alla fine sono due povertà che si donano l’una all’altra. Lei con le sue manie di controllo, lui con il suo egoismo – i due principali difetti dell’uomo e della donna – in più tutte le povertà e i difetti di ognuno, tutte le storie personali uniche e imperfette. Alla fine nel matrimonio puoi provare tutte le tecniche che ti pare, ma gratta gratta c’è un male nell’altro (esattamente come in te) che non risolvi se non te lo prendi su di te. Devi assomigliare al Signore e farti carico del male dell’altro, anche nel piccolo, banale male quotidiano. Quando l’altro è di cattivo umore, o scorbutico, o maleducato, o aggressivo,non si può dialogare con lui, o con lei, sullo stesso piano. Rispondere, litigare magari, non lo aiuta. Non serve. Bisogna spezzare la spirale nella quale sta lui (o lei, scusate, è la mia deformazione professionale di moglie, ma vale lo stesso per i mariti: spesso, direi sempre, capita che questo movimento non sia speculare, a volte è la moglie che fa il lavoro grosso, a volte il marito, magari per anni è uno, poi le cose cambiano) e rimandargli come uno specchio positivo la migliore delle immagini possibili che abbiamo visto di lui. Immagini a volte solo intraviste, in potenza, di quello che l’altro potrà essere. Amare nella speranza, è quello che dico alle mie amiche alle prese con la fase “salita pendenza 85 per cento” (fase a occhio e croce inevitabile). Solo che quando hai partorito da sola il quarto figlio di un uomo che se ne è andato con un’altra, amare nella speranza è essere un agnello estremo: Lucia è il mio agnello acrobatico. Lei dice che basta solamente smettere di ascoltarsi troppo. <<Beato colui che fa la volontà del Signore con o senza voglia>> è il suo motto, e in effetti lei deve avere imparato a fare le cose senza chiedersi se ne abbia voglia, senza chiedersi come sta, una delle domande più pericolose da fare a se stessi. E’ il famoso consiglio del mio padre spirituale <<chiudere i sentimenti nell’acquario sigillato>>, non lasciar dominare l’emotività, andare avanti con il ruolino di marcia facendo finta di niente. San Francesco diceva <<fate che il diavolo vi trovi sempre occupati>>, ed è in effetti un buon modo per fare cose buone. Non so, io personalmente appena mi chiedo se avrei voglia di fermarmi trovo sempre ottimi motivi per smettere quello che sto facendo, fare una bella pausa e gratificarmi con qualcosa (la chiamo la mia sindrome L’Oreal, “perchè io valgo). Ora non è che ci sia niente di moralmente riprovevole nella pausa caffè o in tutti gli altri equivalenti esistenziali, tipo trovare il modo di andare a comprare l’imprescindibile colla per sopracciglia, è solo che a volte semplicemente non si può fare. Si sa che la Chiesa è un grande corpo mistico, in cui ognuno è come un membro: chi è il piede faccia il piede, chi la mano eccetera, eccetera. Io nella Chiesa ho scelto il posto della predicatrice, direi che qualcun altro si dovrà assumere il ruolo di quello che mette in pratica. (Lucia ha sicuramente messo in pratica.) Ergo, mi sento moralmente autorizzata a continuare a comprare forcine con le perle di Accessorize ogni volta che sono stanca, o smalti di quel punto di rosso che effettivamente mi mancava, quando sono triste (“perchè io valgo”). Nelle pause fra un salto in profumeria (come vivere senza punti luce per gli zigomi?) e l’altro, vorrei ricordare che stare in famiglia, esserci davvero, non cercare altrove è l’impegno fondamentale per noi. Perchè ci si può stare anche solo fisicamente, e magari cercare ogni modo possibile per evadere, anche vestendo di religiosità le nostre evasioni: tante cose del Vangelo noi le leggiamo in modo spiritualoide, pazzoide,abbiamo un’idea strampalata della santità, e dobbiamo convertirci dalla nostra idea di santità a quella di Dio. Si può provare a fare il passaggio come padre Sergij del racconto di Tolstòj, che da monaco osannato da tutti aveva vissuto per gli uomini, anche se si immaginava di vivere per Dio. Poi aveva capito la sua vanità quando aveva incontrato una donna che si era completamente sacrificata per aiutare la figlia e i cinque nipoti, e finalmente anche lui, da tutti considerato un santo, si era convertito, e aveva cominciato a vivere davvero per Dio. Aveva lasciato il monastero dove la gente andava in processione da lui, e aveva preso a lavorare come giardiniere e maestro di scuola. Stare nella realtà, nella propria realtà, è l’unica via che ci è data. Per dire, Santa Francesca Romana vedeva scomparire il suo angelo custode, col quale dialogava abitualmente, quando trascurava la famiglia per andare a messa. Posso sempre dire che è per fare memoria di questo a me stessa che quando la Bbc mi ha intervistata via Skype avevo i panni ad asciugare sul termosifone, e mi sono entrati nell’inquadratura, con un effetto molto neorealismo che deve essere piaciuto a Londra, faceva molto mamma italiana. In realtà i panni me li ero dimenticati. Dimenticare. Questa è una parola chiave in famiglia. Non mi riferisco a quando una cosa ti passa di mente per sbaglio, per quanto anche l’argomento rivesta un certo interesse per le dinamiche famigliari, almeno per le nostre: è una delle caratteristiche che mi fa più ridere di mio marito, il quale infatti ormai è entrato nella parte. (Scambio di sms, sono in riunione a MIlano. Io: Guido, ti ricordi di ritirare la pagella di Bernardo? Lui: Bernardo chi?) . In realtà lui sostiene che anche io, che da giovane ero un’efficientissima rompiscatole, cominci a presentare segni di Alzheimer, e in effetti ultimamente una conversazione media tra noi ha più o meno questo svolgimento:

<<Chi era alla porta?>> <<Era il vicino, caro. Voleva dirmi che avevo lasciato le chiavi nella toppa>> << Ah, e dove eri andata?>> <<A cercare il telefono. Lo avevo lasciato in macchina. L’ho ripreso. Visto come sono efficiente?>> << Veramente efficiente. Solo chiavi e telefono. Brava>>.

Ecco, a parte questo dimenticare involontario, in realtà io ora mi riferivo al dimenticarti di te stesso che in famiglia ti viene richiesto semplicemente di stare al tuo posto. La famiglia è la negazione del tuo ego. Ci sarà sempre qualcuno che ha deciso di suicidarsi lanciandosi di testa sullo spigolo della madia quando sei nuda e con un piede nella doccia, qualcuno che ha bisogno di un tuo parere dettagliato su un disegno – sì, ma bello perchè? preferisci il verde pisello o il verde salvia? e perchè? – quando vuoi perdere tempo su Facebook (che al contrario è il viagra dell’ego); qualcuno che vuole la merenda quando nel tardo pomeriggio stai per addentare la prima agognata caloria della giornata; qualcuno che vuole un sorriso quando sei di cattivo umore; qualcuno che ti vuole raccontare perchè quel compagno “gli alza il nazismo” quando stai cercando di capire la busta paga della tata; qualcuno che vuole vestire una Barbie quando ti si chiudono gli occhi dal sonno; qualcuno che mentre ti autoflagelli per la cretinata che hai fatto vorrà spingerti in discesa e dirti quanto sia evidente che hai sbagliato. Il mio padre spirituale dice che sono tutti piccoli colpi di scalpello al blocco di marmo che siamo, e servono a ricordarci che il punto del battesimo è capire che il problema è il nostro ego. Anche Lucia dice che sta accogliendo questa fatica che fa ora, in questi anni, per lasciasi scolpire; per diventare santa, aggiungo io, lei non lo direbbe mai. Io sono sicura che sia così, che i colpi di scalpello ti facciano bene, mi fido, per carità, ma quando sono lì mi terrei tranquillamente il mio ego pesante e difettoso, pur di mangiarmi un piatto di pasta tranquilla con il giornale davanti (leggere mangiando è per me una delle punte massime di trasgressione, insieme direi a scrivere in sottoveste di mattina invece di andare al lavoro). E’ vero, noi abbiamo un hardware vecchio, antiquato, che non regge, ha un sistema operativo pesantissimo. Affidarsi a Dio e rinunciare a sè è la meta. Il modo per farlo non lo so, quando sei talmente preso che non hai più niente per te  – e la famiglia è il luogo in cui questo avviene – sei abbastanza al sicuro. La famiglia, per noi sposati, è l’unica via che porta a Dio, anche se ogni tanto ci viene più comodo passare per strade alternative, magari anche rivestite di apparente bellezza spirituale, perchè noi siamo bravissimi a raccontarcela. Tra l’altro, avere una famiglia, e metterla al primo posto, aiuta a prendere decisioni. Io, in cuor mio, la chiamo “regola di Mister Potato”, perchè ogni tanto allo specchio, come il personaggio di Toy Story che non vuole distrarsi guardando le Barbie discinte, ricordo a me stessa “sono un tubero sposato, sono un tubero sposato”, non per tentazioni simili a quelle di Mister Potato (la Barbie non è il mio tipo), me per il rischio, quello sì sempre presente, di dimenticare che la famiglia è il mio primo impegno, ed è dallo sguardo di mio marito e dei miei figli che vengo definita. Che poi è lo sguardo di Dio. Noi diventiamo nevrotici quando, per non deludere le attese di nessuno dimentichiamo Dio. E’ solo il suo lo sguardo a cui bisogno tenere e stare attenti a non far scattare nei confronti dello sposo la pericolosissima clausola del “tanto ormai”: faccio come mi viene tanto ormai tu ti accontenti di come sono. Che peraltro ho visto dividersi le coppie più inaffondabili, come prova la mia amica Lucia, e comunque “tenersi tanto ormai” non mi pare un granchè come obiettivo nella vita. Ecco, a questo punto, mi rendo conto che parlando dell’obbedienza alla famiglia ho fatto questo ritrattino leggermente claustrofobico di un luogo solo di lavoro, obbedienza, fatica, croce. In realtà credo invece che la famiglia sia l’esatto contrario, il posto più attraente al mondo, ma ho una sorta di pudore nel parlare di quanto trovi fantastica la mia combriccola casalinga, imprescindibile mio marito, adorabili i miei figli, certa come sono che per un capriccio della genetica i quattro prodotti più perfetti che il dna dell’umanità potesse assemblare siano stazionati proprio nella mia pancia, cosa che a ben vedere è una specie di miracolo dal punto di vista statistico, perchè persone dotate di qualità speciali ne nascono una ogni qualche milione, mentre a me ne sono state date in dotazione ben quattro su quattro. Di questa mia intima convinzione non faccio parola mai con nessuno, neanche con mio marito, il quale si ostina a considerare i nostri figli normali, neanche lui mi crede quando gli dico che sono quattro prodigi. Un giorno la storia mi darà ragione. Nel frattempo, senza dirlo a nessuno, nè tanto meno scriverlo per non cospargere di melassa il lettore, me li godo contemplandoli, andando a sniffare il loro alito quando dormono, chiedendo la loro mano (ma mi hanno detto che sono vecchia), spiando le loro conversazioni serali prima di addormentarsi. Camera delle femmine: tu sarai sempre la mia migliore amica? Sempre! Allora ti regalo la mia penna di Violetta. No, tienila tu, preferisco che tu sia felice (a questo punto di solito ho un attacco di carie). Camera dei maschi: oh, l’hai vista sta foto? No. Guarda. Non c’ho voglia di sporgermi. Te la mando. (invio di foto su WhatsApp da un piano all’altro del letto a castello.) Segue mia riflessione sulla differenza maschile e femminile, e la conclusione che sono una delle persone più fortunate dell’universo ad avere avuto quattro creature così bene assortite. E’ per questo che le mie figlie mi disegnano sempre con una bocca sorridente tipo rana dalla bocca larga.

<<La mamma è sempre contenta!>> <<Eh, per forza, ha avuto noi che siamo bellissimi!>>”

Finalmente ho finito….spero che non vi siate già addormentati ma che abbiate letto tutto questo capitolo e spero ancora di più che, leggendo questo capitolo, vi venga davvero voglia di leggere anche il resto perchè merita la pena secondo me!!

Bye Bye … alla prossima!!!

VADO A VIVERE A STARS HALLOW

Immagine dal web

Sì, ho deciso che la vita nel mio paese mi sta stretta. Prendo armi e bagagli e vado a vivere a Stars Hallow. E’ un paesino fantastico. Intanto è immerso nel verde, c’è un gazebo, messo a disposizione dei cittadini, nella piazza principale del paese che è una meraviglia. C’è una tavola calda che è la fine del mondo. Ti servono il caffè che puoi anche portartelo via e sorseggiarlo mentre vai al lavoro o a far la spesa. Il proprietario, un certo Luke, che è pure un bel pezzetto di proprietario, te lo serve in bicchieri giganti e dicono, visto che io non ci sono mai stata, faccia delle torte che sono una squisitezza assoluta.images (1) images (2) Pensate che a Stars Hallow, per la strada, si possono incrociare dei ragazzi che suonano la chitarra e tengono compagnia ai passanti con musiche folk….e senza neanche mettersi ai piedi il piattino per le offerte. Lì suonano per il gusto di suonare. images (4) Dicono poi che la gente a Stars Hallow sia molto cordiale. Ci si conosce tutti ma soprattutto si è tutti amici. Ma amici veri e allora capita che se si ha bisogno di un favore si chieda a chiunque e chiunque te lo fa. La cosa che poi mi piace più di tutte e che Stars Hallow ha un sindaco, ma non un sindaco inavvicinabile. Laggiù, il sindaco, ogni volta che deve comunicare un’iniziativa, una modifica al paese, informazioni collettive indice un’assemblea a cui tutti partecipano e tutti possono dire la loro certi di venire ascoltati. Roba da non credere… E le locande che ci sono là. Da sogno. Una poi, chiamata, se non sbaglio, Dragon Fly Inn è veramente da rivista. images (7) Arredata con gusto e classe, offre alla clientela dei pranzi e cene preparati con un amore per la cucina che di più non si può. Le camere sono carinissime e alloggiare lì, seduti in veranda sorseggiando thè freddo, magari verde, magari al gelsomino e leggendo un libro ti fa, penso, quasi sembrare di aver raggiunto la pace dei sensi. images (6) images (5) Tutti si salutano con il sorriso sulle labbra. A Stars Hallow ci sono, pensate iniziative per raccogliere soldi per la città stratosferiche. Una per tutte il Magliathon, una giornata dedicata a sferruzzare e il ricavato dei lavori impiegato per rifare il ponte sul fiume ma pensa…e laggiù la fiera di primavera. Al centro del paese un dedalo gigante. All’uscita il premio …. E’ pulita Stars Hallow perchè gli abitanti sentono ogni singola via come casa loro. I cani se sporcano, perchè giustamente i bagni per loro non ci sono, hanno padroni che raccolgono i loro bisogni e, roba da non credere, a Stars Hallow si può camminare a testa alta. Cacche per strada a rischio pestaggio non ce ne sono … Insomma, noi abbiamo deciso. Noi si parte…anche perchè ho visto una casa di cui mi sono totalmente innamorata. Color del glicine.  images (3)Sì, quella casa sarà mia …. andrò a vivere con la mia famiglia a Stars Hallow e non dovrò più preoccuparmi della gente che mormora rigorosamente alle spalle, delle falsità e delle invidie fra vicini di casa e quant’altro. Vi saluto e vi scriverò una cartolina statene certi … Ahhhhhhhh… se sono Stars Hallow esistesse veramente!!!!