SPOSATI E …

 

 

Sposati e sii sottomessaA sto giro non farò la mia solita recensione di un libro che ho amato particolarmente perchè vero in ogni sua pagina. Ogni frase mi faceva dire “Ma qui si parla proprio di me!”, vi dico solo che questo libro è il primo di una trilogia. Che lo ha scritto una donna che scrive come parla e la sua scrittura ti prende proprio perchè mentre stai leggendo ti sembra di essere seduta al bar con lei e che lei, Costanza Miriano, ti stia parlando. Ma no, non mi limiterò a recensire e raccontarvi di cosa parla ma voglio condividere con voi un passo che condivido e sottoscrivo parola per parola….io ovviamente non avrei saputo spiegarlo così bene. Pronti????… Via!!!! :

” E’ bene che le donne lavorino? Questa è una delle poche domande a cui non so rispondere, io che di solito mi aggiro per il mondo con un coltellaccio tra i denti per menare fendenti senza speranza di ricucitura tra il bene e il male, tra il giusto e lo sbagliato, tra il vero e il falso nella mia vita e, che Dio mi perdoni, a volte anche in quella degli altri. Qui però la questione è un po’ più complessa, e allora posso tentare, nella risposta, il massimo dell’articolazione a me accessibile. Una donna non può lavorare quanto un uomo, se ha figli; nè con i modi di un uomo, anche se i figli non li ha. Il lavoro per una donna deve essere capace di adattarsi alle fasi della vita delle persone di cui una donna si fa carico, e deve sempre avere uno stile di accoglienza. Non è che non mi renda conto di essere quanto meno “fuori linea”, ma mi conforta il pensiero delle donne in carne ed ossa che conosco, che non scrivono e non fanno tendenza, però esistono e sono anche tante.

La domanda da farsi è: cosa è bene per i figli, per la mia famiglia, per le persone che hanno bisogno di me? La risposta a questa domanda va messa al primo posto, prima della mia realizzazione, che è sacrosanta ma viene dopo, dei tempi per me stessa, dell’indipendenza economica, di mettere a frutto quello che ho studiato. Con il suddetto coltellaccio tra i denti mi azzardo ad affermare che il bambino, nei suoi primi tre anni di vita, avrebbe bisogno di una presenza pressochè costante della mamma, o di assenze ridotte, che non devono certo diventare la parte preponderante della giornata. Almeno il primo anno lo vedrebbe anche un cieco che il bambino vuole, e a buon diritto, la mamma. Una società che non tiene conto di questo è una società che maltratta i bambini. Si possono portare tutte le giustificazioni economiche e organizzative che si vogliono, ma deve essere chiaro che in nome di quelle si calpestano i diritti dei più deboli. E non mi sto portando a esempio, visto che per i primi due bambini non mi è stato proprio possibile lasciare così a lungo il lavoro, a prezzo di mal di pancia, cuore stretto, coppette assorbilatte grondanti. Non sono convinta che conquistare la possibilità di lasciare i propri figli al nido o a una baby sitter o anche a dei nonni meravigliosi sia emancipazione. Non sono certa che sia un bene lasciare i figli per la maggior parte della loro giornata a scuola, a tempo pieno, quindi non seguendoli nei compiti, e affidandoli alle mani di insegnanti che, se si è fortunati, possono anche essere bravissimi, ma che purtroppo non si possono scegliere. Non sono convinta che entrare a così caro prezzo nel ciclo di produzione e consumo sia emancipazione. Non sono certa che dividere a metà col padre i pesi del lavoro di casa, confondendo i ruoli e provocando malesseri da entrambe le parti sia emancipazione. Non sono convinta che questi malesseri siano estranei a tante crisi nei rapporti. Ci sono lavori e lavori, è vero. Spesso si tratta solo di una fonte di reddito, diventata indispensabile per una dignitosa sussistenza, e allora forse bisognerebbe rivedere qualcosa. Se prima bastava uno stipendio, e adesso ne servono due, vuol dire che qualcuno si è preso due lavoratori al posto di uno. Allora qualche economista illuminato dovrebbe aiutarmi a capirci qualcosa: dobbiamo abbassare il tenore di vita consumando di meno, eliminando esigenze che oggi ci sembrano imprescindibili, ma solo ieri erano lussi?  Oppure forse quello che serve per vivere, la casa innanzitutto, costa davvero troppo rispetto a un solo stipendio in casa, che prima bastava?

Poi ci sono lavori che servono principalmente a gratificare, e ad alzare il tenore di vita, e a lume di naso sono parecchi. In questo caso rallentare in presenza di figli piccoli è un dovere, e chi non lo osserva è un’egoista: l’apostrofo non è un refuso. E’ così difficile farlo perchè per qualche motivo si pensa che il lavoro fuori nobiliti di più di quello in casa, dove la platea in grado di rilasciare ufficiali attestati di stima è più ristretta e tende a considerarsi scontata. Diciamo che, è vero, a casa le gratificazioni non sempre fioccano, e quando arriva un apprezzamento bisogna poi farselo bastare per i tempi in cui, come è normale, si viene considerate un elemento domestico, che non è da omaggiare particolarmente, come non si ringrazia la lavatrice alla fine di ogni centrifuga.

Conosco una geniale madre di sei figli, laureata in filosofia che è stata felicemente a casa, e un’altra geniale madre di sei figli che ha fatto felicemente la psichiatra. Forse è il momento di rivedere la solita contrapposizione tra gratificazione e rinuncia, adesso che ormai la libertà di lavorare ce l’abbiamo, e stare a casa non è più una  scelta obbligata. Qualcuna, potendo, lo potrebbe anche scegliere con gioia, senza sentirsi sminuita. C’è da dire che ci sono donne e donne. Ci sono quelle costrette a lavorare struggendosi di nostalgia per il piccolo di pochi mesi che ha rapito il loro cuore e ci sono quelle che non rinuncerebbero mai alla propria indipendenza economica, di tempo, organizzativa, anche essendo ricche sfondate. Ci sono quelle che vanno al lavoro per riposarsi, e fingono di avere da fare anche oltre l’orario, pur di non combattere con i figli a casa. Ci sono quelle che mandano il figlio di quattro mesi al nido anche quando lavorano il pomeriggio, così la mattina in palestra risollevano il gluteo. Ci sono quelle che senza il lavoro non sanno chi sono, non sono riconosciute socialmente, non si sentono realizzate…

Abbiamo faticato per ottenere questa possibilità: una lotta lunga, basti pensare che solo negli anni Sessanta il governo italiano, c’era Fanfani, tolse alle aziende il diritto di licenziare le donne quando si sposavano e rischiavano di avere bambini.

Certo il problema di conciliare c’era e c’è. La sintesi è possibile? Lo ignoro.

Il lavoro per come la vedo io dovrebbe poter essere elastico e modulabile nel corso della vita. Deve essere possibile, solo per fare un esempio, qualcosa tipo mettersi in aspettativa per anni, ma a due condizioni, che mi viene da ridere solo a scriverle, tanto sono lontane dalla realtà. Innanzitutto servono dei cospicui assegni familiari, o il famoso quoziente, qualcosa che non sia un’elemosina e che non costringa i volenterosi genitori ad approntare un cartone e un po’ di cellophane a mò di abitazione sotto il più vicino porticato. Perchè, per esempio, non devolvere a questo una parte dei fondi ripescati dalla voragine dell’evasione fiscale, visto che un figlio educato rispetterà le regole e farà il proprio dovere anche pagando le tasse? La seconda condizione è che ci sia anche una remota possibilità che, tornando al proprio posto di lavoro non si venga collocate alla pulitura cessi o all’ufficio fotocopie. Ne vuoi troppe, mi dicono le colleghe senza figli.

Certo, è vero, se lavorare bene e cercare di tirare su i figli bene è troppo, sì, voglio troppo. Una posizione legittima, da parte di chi ritiene che i tuoi figli siano fondamentalmente fatti tuoi, per non usare l’altra parola. E forse anche da chi pensa che una mamma presente debba essere una schiappa al lavoro. Se, invece, pensiamo che i figli sono un bene di tutti, e non soltanto perchè pagheranno le pensioni bla bla, ma perchè saranno loro a dare l’impronta al mondo che verrà, allora chi vuole dedicarsi all’educazione va aiutato e favorito. Una mamma che sta a casa non è certo la garanzia di niente, ognuno potrebbe citare fior di esempi di madri presenti e molto inutili quando non dannose, è vero. Però certo non aiuta delegare, parcheggiare, non avere tempo, che è invece precisamente quello che ci vuole per manifestare amore, e per insegnare ai ragazzi a ragionare, incuriosirli, appassionarli, accompagnarli verso un orizzonte alto. Io non so come si fa, di certo non andandosene. Il mio sogno sarebbe di andare in pensione per un decennio adesso, e restituire all’azienda e alla società dieci anni di lavoro quando avrà sessant’anni. Però,mentre ora sono cronicamente sfinita e mi addormento su qualsiasi superficie riesca a posare le mie stanche membra, a sessant’anni, se ci arrivo, magari sarò costretta a inventarmi qualcosa per far finta di avere ancora impegni. Mio marito mi prevede insopportabilmente iperattiva. Non sarebbe meglio averne ora, di tempo, adesso che, solo se potessi convertire in lavoro le ore del sonno, sarei quasi in pari con tutto quello che devo fare? …

In attesa di ottenere il diritto alla pensione anticipata di una venticinquina di anni, bisogna dunque cercare di conciliare, limitando i danni, accorciando i programmi e accettando i propri ritardi. Sarà necessario cercare di non accasciarsi sulla scrivania dopo una notte passata a tenere fazzoletti bagnati su fronti febbricitanti, e bisognerà approntare un’espressione intelligente quando il capo ti parlerà di qualcosa che è successo la sera prima, e tutti sanno cos’è, e tutti vi alludono perchè è stata l’apertura del tg delle venti e a dominato i talk show serali, e tu ti stai sforzando di capire se è morto Obama o la Cina ha deciso di riscuotere tutti i suoi crediti e far fallire mezzo mondo, ma brancoli nel buio, perchè tu alle venti stavi guardando Cip & Ciop, o raccogliendo semolino sputazzato. Eppure ogni volta che sui giornali o nei dibattiti pubblici si parla di conciliazione si parla solo di aumentare gli asili nido, mai di politiche di vera flessibilità. Gli asili nido dove lasciare un bambino a tre mesi non sono il vero aiuto che serve a conciliare. Le vere pari opportunità si hanno quando a una madre è consentito di stare a casa con i bambini piccoli, non di ammazzarsi di lavoro dentro e fuori casa, lasciando il proprio lattante nelle mani di un’altra.

E’ chiaro, quindi, che la donna non può lavorare come l’uomo, ma deve trovare un suo modo, una sua misura, un suo stile. Non è giusto che ci si costringa a scegliere: o accetti le regole, i tempi, i modi dei maschi, mettendo da parte tutto quello che hai a casa, o sei fuori.  Una donna che deve fare un’infinità di cose a casa tenderà, quando è possibile, a concentrare il lavoro in meno tempo, a tagliare i tempi morti per correre a casa. Solo che, per un perverso meccanismo  che la mia povera mente non riesce a penetrare, questa abilità – fare le cose in meno tempo – non viene considerata un valore, ma un limite. Se questo è il criterio di giudizio, una donna è tagliata fuori. Almeno fino a che l’organizzazione del lavoro non preveda di integrare le esigenze familiari, con flessibilità, intelligenza, nell’interesse dei bambini, che tutti proclamano di voler difendere, e di cui tutti si disinteressano, costringendoci a sacrificare offerte altissime sull’altare della riuscita nel lavoro. O a rinunciare. Sarebbe un peccato perchè siamo brave, abbiamo qualcosa da dare. Basta vedere la differenza tra maschi e femmine a scuola. Dal punto di vista strettamente scolastico non c’è partita. Le femmine sovrastano i loro compagni, e di parecchio. Certo, il rendimento scolastico non significa tutto: le biografie dei geni sono piene di insegnanti ottusi che non comprendono una qualità così sfuggevole come l’intelligenza. Però è un fatto che dall’asilo all’università le femmine sono più brave, diligenti e veloci a finire gli studi. Mi chiedo, quindi, dove avvenga il sorpasso. In quale esatto punto tra la prima elementare e la presidenza del Fondo monetario internazionale le femmine perdano tutta la loro intelligenza, bravura, capacità di lavorare. Com’è che le maestre le trovano più brave, ma nei board degli organismi di potere non esistono? In quale punto della loro formazione l’intelligenza si offusca tanto da impedire loro di contare qualcosa nei centri di potere vero, cioè quello economico?

E’ ovvio che non è un problema di valore, ma di potere. Chi lo ottiene deve essere affidabile, deve decidere in base alle logiche interne del potere, che deve offrire garanzie di automantenimento. Per questo una donna non ci arriva, perchè una donna è accogliente e il comando ha altre logiche. Non è fatto per noi. Il potere come affermazione di sè alla maggior parte di noi non interessa. Dare la colpa agli altri, anche se è una pratica piuttosto diffusa, è segno di immaturità. Ed è anche noioso. Noi donne, dunque, dobbiamo uscire dalla logica della lamentela e prendere atto del fatto che siamo diverse. Non è una congiura, non è l’oppressione, è che noi siamo fatte per un altro tipo di potere. Quando lo otteniamo, dovremmo usarlo come una responsabilità da gestire, come fa una una madre: non il capo supremo che decide per tutti, ma una persona intelligente che capisce quello che i suoi sanno fare e dà a ognuno il suo posto.

Le donne sanno gestire le persone, le situazioni, le emergenze. I CAN MANAGE ANY CRISIS: I HAVE CHILDREN dicono gli adesivi sulle macchinone americane a sette posti.Certo che una donna può gestire qualsiasi crisi: vede davanti, dietro, ai lati, con gli occhi, le orecchie, con le mani e il naso. Siamo capaci di stare su più fronti, di risolvere i problemi molto velocemente al lavoro senza dimenticare quello che succede a casa. Figurati che paura ci può fare una troupe che non arriva, il pedinamento di un ministro, uno sciopero aereo. Un solo problema alla volta non è niente. Sopportiamo la fatica e il dolore meglio degli uomini, come può testimoniare chiunque abbia avuto in casa un uomo con la febbre, che a trentasette e mezzo comincia a dettare le sue ultime volontà. Eppure non siamo fatte per il potere. E le donne che arrivano a ottenerlo spesso sono arrabbiate, perchè stanno tradendo la propria natura, insicure e quindi violente. E se rinnegano da una parte la propria profonda femminilità – la dolcezza, l’apertura – dall’altra la ritirano fuori incarnandone i più deteriori stereotipi. Possono diventare isteriche, uterine, passionali, e capaci di cattiverie che un uomo non si sognerebbe. E’ questo il dubbio che ci attanaglia, senza che riusciamo ad arrivare a un documento condiviso – troppo brevi le pause caffè, o le telefonate durante la cottura del petto di pollo panato, cavallo di battaglia della madre lavoratrice -: diventano cattive quando arrivano al potere o ci arrivano perchè sono cattive da prima? ”

SPOSATI E SII SOTTOMESSA

Pratica estrema per donne senza paura

di

Costanza Miriano

Sonzogno Edizioni

€. 12.00

CIO’ CHE INFERNO NON E’ …

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Le ultime parole di un uomo sono ciò che conta.

Sono il sigillo della sua vita.

Lui dice: “Me l’aspettavo”.

Lui dice che era pronto, alle 20.40 del 15 settembre 1993.

E sorride.

Se nella vita ci capita la fortuna di conoscere uomini in grado di cambiarci totalmente la vita dobbiamo ritenerci soddisfatti. Io personalmente sono sempre spaventata dai cambiamenti. Per quelli ci vuole coraggio. E il coraggio non è roba da tutti. Cambiare la vita, e non dal di fuori ma dal di dentro si può e sono in tanti quelli che c’è lo raccontano. Immaginate chi ha avuto l’immenso onore di vivere un pezzo della propria vita di fianco a Giovanni Falcone o Paolo Borsellino. Immaginate chi ha la fortuna di poter assorbire come una spugna, proprio perchè vive la sua quotidianità, e mi viene in mente, che so, la cuoca, o la signora delle pulizie, le parole che sente uscire direttamente dalla bocca di Papa Francesco. Ecco, io penso e spero che queste persone siano consapevoli dell’immensa fortuna che hanno…per tutti quelli come me, che aihmè, conoscono tanta gente “normale” dal quale imparare sempre (nel bene e nel male) per fortuna esistono i libri. Quelli veri come questo.  Di Don Pino Puglisi, ve lo dico con un po’ di vergogna ora, fino all’altro giorno che ho preso in mano questo libro, io conoscevo forse, solo il nome. Una storia sentita di passaggio senza mai essermi soffermata. Chi è Don Pino?

Don Pino è stato un’uomo che ha insegnato tanto. E che ha pagato con la vita il suo insegnare. Don Pino è un uomo che ti cambia la vita e la sua visione sia che lo hai conosciuto personalmente sia che di lui ne hai solo letto 317 pagine di un libro che fa parte di quei libri, secondo me, che nella vita NON si possono non leggere.

E ve lo voglio consigliare per un motivo soltanto che nessuno meglio di Alessandro D’Avenia ha saputo spiegare:

“Cinque sono le cose che un uomo rimpiange quando sta per morire. E non sono mai quelle che consideriamo importanti durante la vita. Non saranno i viaggi e neanche una macchina nuova, una donna o un uomo da sogno o uno stipendio migliore. No, al momento della morte tutto diventa finalmente reale. E cinque le cose che rimpiangeremo, le uniche reali di una vita.

La prima sarà non aver vissuto secondo le nostre inclinazioni ma prigionieri delle aspettative degli altri. Cadrà la maschera di pelle con la quale ci siamo resi amabili, o abbiamo creduto di farlo. Ed era la maschera creata dalla moda, dalle false attese nostre, per curare magari il risentimento di ferite mai affrontate. La maschera di chi si accontenta di essere amabile. Non amato.

Il secondo rimpianto sarà aver lavorato troppo duramente, lasciandoci prendere dalla competizione, dai risultati, dalla rincorsa di qualcosa che non è mai arrivato perchè non esisteva se non nella nostra testa, trascurando legami e relazioni. Vorremmo chiedere scusa a tutti, ma non c’è più tempo.

Per terzo rimpiangeremo di non aver trovato il coraggio di dire la verità. Rimpiangeremo di non aver detto abbastanza “ti amo” a chi avevamo accanto, “sono fiero di te” ai figli, “scusa” quando avevamo torto, o anche quando avevamo ragione. Abbiamo preferito alla verità rancori incancreniti e lunghissimi silenzi.

Poi rimpiangeremo di non aver trascorso tempo con chi amavamo. Non abbiamo badato a chi avevamo sempre lì, proprio perchè era sempre lì. Eppure il dolore a volte ce lo aveva ricordato che nulla resta per sempre, ma noi lo avevamo sottovalutato come se fossimo immortali, rimandando ad oltranza, dando la precedenza a ciò che era urgente anzichè a ciò che era importante. E come abbiamo fatto a sopportare quella solitudine in vita? L’abbiamo tollerata perchè era centellinata, come un veleno che abitua a sopportare dosi letali. E abbiamo soffocato il dolore con piccolissimi e dolcissimi surrogati, incapaci di fare anche solo una telefonata e chiedere come stai.

Per ultimo rimpiangeremo di non essere stati più felici. Eppure sarebbe bastato far fiorire ciò che avevamo dentro e attorno, ma ci siamo lasciati schiacciare dall’abitudine, dall’accidia, dall’egoismo, invece di amare come i poeti, invece di conoscere come gli scienziati. Invece di scoprire nel mondo quello che il bambino vede nelle mappe della sua infanzia: tesori. Quello che l’adolescente scorge nell’addensarsi del suo corpo: promesse. Quello che il giovane spera nell’affermarsi della sua vita: amori.”

Ciò che inferno non è

di

Alessandro D’Avenia

Mondadori

€14.00

UN PICCOLO PEZZO DI ME

Monsieur Yves Rocher nasce alla Gracilly, nel cuore della Bretagna, in Francia negli anni 50. Una guaritrice gli rivela la ricetta di una crema a base di Ficaria di cui, solo lei, conosceva il segreto.

Yves Rocher decide quindi di crearla artigianalmente e inizia a proporla ai suoi conoscenti. Di fronte al successo ottenuto, comincia a venderla per corrispondenza.

Appassionato del vegetale e affascinato dall’Erbario creato da suo nonno, Yves Rocher approfondisce, poco a poco, le sue conoscenze e mette a punto altri prodotti di bellezza.

Il solaio di casa sua diventa anche il suo laboratorio e il suo centro di spedizione.

Le lettere di richiesta aumentano e i pacchi si moltiplicano.

Yves Rocher sta inventando una nuova bellezza nel pieno rispetto della natura e delle donne.

Nasce la Cosmetique Végétale.

Una bellezza che seduce oggi 30 milioni di donne nel mondo.

Cover FB YR frase

 

Yves Rocher è entrato nella mia vita 2 anni fa e devo dire che, in qualche modo, me l’ha cambiata. Io sono anche questo. Ci credo, promuovo i prodotti, li vendo, ho creato un mio team di lavoro, lasciatemelo dire, stupendo e mi sento realizzata. Ho quello che voglio. Un lavoro, da fare a casa, senza trascurare i miei compiti di mamma e moglie. Di meglio non potevo sperare. E ci credo, non solo perchè i prodotti sono validi ma anche per tanti altri motivi che, se avete un po’ di pazienza nel continuare a leggere, vi elenco qua sotto. Non sono per niente da sottovalutare:

  • Dal 1989 Yves Rocher NON testa i prodotti finiti sugli animali. Per questo impegno ha ricevuto, nel 1992, la medaglia d’oro dalla SPA (Società Protezione Animali in Francia)
  • NON utilizza alcun ingrediente di origine animale ad eccezione di miele e cera d’api.
  • A fianco del programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, contribuisce con l’operazione “Piantiamo per il Pianeta“. In occasione del 50° anniversario si sono posti come obiettivo di piantare 50 milioni di alberi nei prossimi 5 anni.
  • Riduzione degli imballaggi, scelta di materie riciclabili e, se possibile, monomateriale.
  • Dal 2006 ha abolito i sacchetti di plastica nei suoi negozi proponendo un sacchetto ecologico riutilizzabile. Questo permette di risparmiare 200 tonnellate di plastica che altrimenti verrebbero dispersi nell’ambiente.

Eccomi, con quella che sono e quello che faccio … se a qualcuno che passa di qua, viene voglia di saperne di più o di unirsi al mio gruppo di lavoro, non importa di dove siete, mi contatti…sarò lieta di illuminarvi su questo mondo fantastico.

Buon week end!! 🙂

OBBEDIRE E’ MEGLIO. Le regole della Compagnia dell’agnello

Obbedire è meglio. Le regole della Compagnia dell'agnelloSe c’è un verbo che userei per rappresentare la mia persona è CONDIVIDERE. Sono una persona Social, mi piace condividere, ossia DIVIDERE CON, la mia vita, le mie emozioni, le mie gioie, i miei dolori, i miei  pensieri, i miei sorrisi, le mie lacrime. Insomma io e il condividere ci intendiamo a meraviglia. E se c’è una cosa che ormai tutti, ma proprio tutti, muri e bidoni della spazzatura compresi, sanno è che adoro leggere. Anzi, per meglio dire, leggere per me è vitale. Leggo un po’ di tutto ad esclusione di gialli e fantasy che non mi attraggono particolarmente. L’altra settimana la mia amica Silvia, (faccio il nome perchè è così una bella persona che definirla solo una mia amica non le rende giustizia!) mi ha prestato un libro. E secondo me, me lo ha prestato perchè in questi anni che ci frequentiamo un po’ di più ha imparato a conoscermi e a grattare la scorza e vedere sotto. E di questo non la ringrazierò mai abbastanza. Silvia è una di quelle persone che ti spinge a migliorare, che ti fa venire voglia di entrare, se già non ci sei già, nella Compagnia dell’Agnello. Sì, il libro che mi ha prestato parla proprio di questa Compagnia dell’Agnello. Ogni pagina che leggo mi fa sorridere perchè il pensiero è sempre quello:

<<Ma questa sono troppo io! … Ma l’autrice, tale Costanza Miriano, sta proprio parlando di me!>>

Ed è così che ho deciso che, nel consigliare questo libro a chiunque avrà voglia di mettersi a leggere questo mio post, che arriva quando ormai pensavo di chiuderlo, questo blog, abbandonato, non mi limiterò a copiare la quarta di copertina e dirvi di cosa parla ma voglio, per l’appunto, CONDIVIDERE, un passo di questo libro che mi sento di consigliare a tutte, ma proprio tutte, le mie Amiche, reali, virtuali e di blog. A voi:

OBBEDIRE ALLA FAMIGLIA

( in compagnia di Lucia)

” Se incontro qualcuno del mio palazzo che non conosco, di solito mi presento, si sa che avere buoni vicini può tornare utile, soprattutto nel caso che qualche belva feroce – ragni, gechi, pipistrelli – si presenti in casa quando il marito non c’è (è quello il momento che le temibili creature attendono per palesarsi, generando poi regolarmente incredulità nel consorte <<L’ho visto davvero, era qui, grosso e sbatteva le ali!!!>> <<Sì, sì, ci credo, come no? D’altra parte non sei tu quella che ha visto un lupo nel parcheggio della redazione?>> e già tutti, figli compresi, a sghignazzare). Dunque io, previdente, mi presento a chiunque capiti nel palazzo: salve, sono Costanza, quella del piano terra, mi raccomando, per qualsiasi cosa non esiti a chiedere, che so, se rimane senza sale o zucchero… Di sicuro anche io non li avrò, ma magari ci facciamo compagnia, per esempio le presto la cannella, o una Cherry coke, da noi le cose inutili non mancano mai. Solo, mi spiace ma la devo avvisare: ho il campanello rotto, quindi bussi, e molto forte, fino alle dieci di sera c’è un po’ di confusione a casa mia. Di solito a questo punto il condomino, se abita nel palazzo da almeno tre giorni, butta là qualche commento che mi getta nello sconforto, tipo che sì, certo lo sa bene che da noi c’è confusione, ed effettivamente l’altro giorno aveva provato a suonare perchè aveva sentito gridare disperatamente, e si era un po’ allarmato. <<E’ mortooooo! Guarda le budella schizzano!!>>. Poi però nessuno aveva aperto la porta, e alla fine si era un po’ rassicurato, al sentire le parole: <<No, no, è morto di febbre!>>. Spesso percepisco un po’ di allarme e compatimento nelle parole dei vicini – si sente tutto da dentro casa mia, sapevatelo – tipo la vecchietta del settimo piano, che dice all’amica, sul pianerottolo << L’altro giorno c’era un ragazzino appeso al nespolo, e cinque gli tiravano i mandarini>> <<Ma la madre?>> <<Tirava i limoni>>, per non parlare degli sguardi inorriditi della ragazza solitaria del quarto, che esce col cane e quattro sacchetti microscopici di spazzatura differenziata che io immagino divisa, compatta e sciacquata probabilmente meglio dei miei piatti, mentre io butto ogni giorno un sacco condominiale delle dimensioni di un muflone di piccola taglia corna comprese. D’altra parte anche io, come quella del quarto piano, ho avuto una fase da giovanissima, in cui pensavo che i bambini fossero creature moleste, una sciagura che a me non sarebbe mai capitata, anche perchè non avrei mai avuto tempo da perdere con soggetti che non fossero in grado di versarsi una birra fredda da soli ( cosa che rendeva un uomo catalogabile come adulto), nè avrei mai permesso a uno gnomo di rubare l’attenzione del mio principe azzurro che, alle medie ne ero certa, avrebbe senz’altro avuto le gambe di Antonio Cabrini ( gli anni Ottanta!), la faccia di Robert Redford e la rassicurante ironia di Cary Grant, e soprattutto avrebbe dovuto occuparsi esclusivamente di me. Poi però è successo altro. Proprio io che sono sempre in ritardo devo invece avere un orologio biologico in anticipo sulla media nazionale, perchè ben presto ho cominciato a guardare con voluttà fasciatoi e giustacuori taglia zero, e appena ho conosciuto il mio futuro marito, al primo appuntamento gli ho parlato di carrozzine e passeggini, e lui peraltro non se ne è andato, pur essendo all’epoca di quelli che pensavano come i fratelli Marx che il matrimonio fosse un istituto meraviglioso. Ma chi, appunto, vorrebbe mai chiudersi in un istituto? Ora non lo ammetterà neanche sotto tortura, ma in realtà si è piuttosto accomodato nella sua stanzetta in istituto, credo che cominci anche a piacergli. Gli piace tornare a casa e trovare una bambina senza calzini, col piede sul tavolo a contarsi le dita, perchè fa le addizioni e ha finito quelle delle mani. Gli piace aspettare con ansia a tavola quello che porterò, l’ansia non per i piatti, che sono sempre gli stessi, ma per la curiosità di scoprire come li chiamerò. Gli piace, la sera, essere messo a parte dei progetti per il futuro della prole, un figlio che (il mercoledì) vuole fare lo psichiatra (chissà il venerdì), un altro che si conquisterà sul campo di battaglia un titolo nobiliare <<e il mio stemma sarà tutto costernato di foglie di alloro>>. Gli piace assistere al lancio di mutande e calzini sporchi dalla finestrella che mette in comunicazione i due bagni, gioco che mitiga la durezza della condanna serale, la doccia, pena che peraltro a volte può anche essere commutata grazie al cosiddetto rito abbreviato (lavaggio di alcune parti del corpo) se l’imputato è incensurato. A volte un calzino si incastra nel lampadario, il che spiega perchè quando arrivano ospiti a casa mia c’è sempre qualche elemento che sfugge al frenetico controllo finale (come può una povera donna ricordarsi anche di togliere i calzini dai lampadari?).Spiace per la descrizione della famiglia che viene fuori da giornali, film, libri: o un luogo tristissimo, di oppressione, scappando dal quale si può finalmente vivere chissà che splendore, oppure al contrario il luogo dei valori, parola che a me personalmente fa venire voglia di grattarmi sulle cuciture dei vestiti, assalita da una terribile insofferenza a tutto quello che dovresti fare per qualche motivo diverso dal fatto che il tuo cuore, l’intelligenza, e la volontà lo hanno giudicato grande e degno e anche molto divertente. Sì, perchè secondo me la famiglia è soprattutto un posto divertente, e molto ragionevole. E’ normale per l’uomo fare una famiglia. E’ l’unico posto che funziona davvero, ed è l’unico sistema in cui, a differenza del resto delle situazioni, si fa il tifo perchè vinca l’altro, dato che non è un gioco a somma zero – io vinco se tu perdi – ma è un gioco in cui il risultato è uguale per tutti, insieme. La persona che mi ha fatto decidere di scrivere questo libro mi ha accolta una sera a casa sua a mezzanotte. Ero stata a un convegno, lontana da casa, e con un’amica dovevo andare a cena in albergo. Guidava lei, e mentre cominciavo a raccontarle di quest’idea di scrivere un libro sull’agnello, vago progetto che stava prendendo corpo in qualche anfratto del mio cervello, ha deciso che in quel caso dovevo necessariamente conoscere Lucia. Ha quasi inchiodato con la sua Audi, invertito la marcia e mi ha portato a casa di questa amica. La possibilità che qualcuno piombi a casa mia di sorpresa – pur con un preavviso telefonico di un quarto d’ora – è uno dei miei peggiori incubi ricorrenti, ha preso il posto di quello sull’esame di maturità, mentre Lucia, senza apparentemente agitarsi troppo a mezzanotte circa mi ha fatto trovare la pasta in via di cottura, le polpette scaldate e una tavola apparecchiata, seppur con tovaglia un po’ sgualcita già usata per la cena di famiglia (le tovaglie di casa mia generalmente dopo ogni pasto presentano solo qualche impercettibile tratto non macchiato, essendo il campionato di rovesciamento del cibo molto combattuto quest’anno con Lavinia che procede a punteggio pieno, e i suoi fratelli che le tengono il fiato sul collo, pronti a toglierle il primato in classifica in caso di cedimento).

Lucia, che è ingegnere, per quanto nulla nel suo aspetto tradisca “quadratezza” – è tutta tonda, morbida, caschetto nero, occhioni neri, bocca carnosa – era incinta del quarto figlio quando il marito, una sera, mentre mangiava la fettina panata, senza neanche guardarla negli occhi, le ha annunciato che sarebbe andato via. <<Via dove?>> <<Via. Domani non torno a casa. Vado a vivere con un’altra.>> Io non so se succeda come quando ti prende sotto una macchina – a me è capitato – e ti ritrovi con la testa per terra, sull’asfalto, e vedi confusamente dei signori che ti caricano in ambulanza, e mentre svieni riesci solo insistentemente a chiederti chi andrà a prendere tuo figlio a basket, anche se quel giorno non c’è basket, oppure pensi “oddio, è arrivato il momento che sempre diceva mia mamma, speriamo di avere mutande e reggiseno bene abbinati”, e non senti neanche il dolore da quanto è forte, nè tanto meno percepisci che la tua vita è in pericolo, perchè è troppa roba da pensare, e quindi è meglio concentrarsi sul colore del reggiseno (per la cronaca, non erano abbinati). Non so se anche Lucia abbia pensato come me qualcosa di stupido, tipo ” e adesso, domani chi va prendere il figlio numero due a canoa?”, o anche “mannaggia, giusto oggi che avevo messo del cinghiale a bagno nel vino, per cucinarglielo”. Credo che succeda così, che uno riesca a inquadrare solo trascurabili particolari, perchè il dolore quando è troppo non si sente neanche. Si inizia a percepirlo la mattina dopo, e aumenta e aumenta, e quando si comincia a cercare di muoversi, a fare qualche passo, ad alzare un braccio, tutto è dolorante, e il male è intollerabile. Lucia ha dovuto alzarsi la mattina dopo, portare a scuola tre figli dopo aver messo tre merende in tre zaini, con la sua vistosa pancia al quarto mese (alla quarta gravidanza sin dalle prime settimane la pancia dà l’impressione di contenere il bambino già con la valigia pronta per l’ospedale, dentro la placenta). E’ dovuta rientrare in casa, allora non lavorava: con il marito avevano deciso che avrebbe fatto la mamma a tempo pieno. Ha dovuto pensare al pranzo, a fare tutta una serie di insormontabili cose normali come mettere un piede davanti all’altro, fare la doccia, infilare capi di abbigliamento plausibili, quando l’unica cosa che avrebbe voluto sarebbe stata scomparire, o almeno infilare la testa tra due cuscini e gridare fino a sentire male alla gola e piangere per giorni. Forse questa fedeltà al quotidiano, questa obbedienza alla vita che la sua famiglia le ha richiesto l’ha salvata, ha preservato la sua sanità mentale, le ha impedito di impazzire. Si è rimessa quasi subito a cercare lavoro, e intanto che mandava curricula e faceva colloqui ha partorito il quarto figlio. Al ritorno dall’ospedale ha dovuto ricominciare tutto per la quarta volta, in una casa vuota di uomini e piena di bambini piccoli, senza nessuno con più di sette anni con cui parlare, solo capricci e pianti e coccole e chiacchiere sul colore della gonna della Barbie, quando l’unica cosa che avrebbe voluto sarebbe stato prendere a testate il muro. Di giorno quasi era una cosa fattibile, con l’aiuto della tata e della nonna, e il padre dei bambini che ogni tanto a onor del vero si presentava ad accompagnarli a canoa; ma di notte, da sola, con i pianti, e le colichette, e i ciucci persi, la ferita della solitudine deve aver sanguinato parecchio. Dopo un po’ Lucia ha ripreso piano piano a lavorare in uno studio di un amico di amici (quando è proprio necessario, la Provvidenza provvede), prima part time poi più a lungo. Ma non è per questo che dovevo assolutamente conoscere Lucia. Credo che ci siano tante donne e tanti uomini che devono sopravvivere a questo dolore, e tanti lo fanno eroicamente. Il motivo per cui per me lei è davvero un agnello della Compagnia, è la trasformazione che ha vissuto, come si è misurata con la sua realtà, come l’ha giudicata, come l’ha accolta, come ha deciso di cominciare un lavoro chirurgico su se stessa. Non l’ho sentita dire una parola negativa su suo marito, mai, e neppure sulla donna che gliel’ha portato via, neanche un “cicciona” di sfuggita (quello non si nega mai a una rivale in amore che appena superi la taglia 38), proprio neanche un giudizio, e abbiamo parlato parecchio, in varie città adesso che ci penso, perchè la Compagnia, anche se gli agnelli sono lontani, a volte separati da un oceano, sa riannodare i suoi fili quando occorre. Non solo non ha giudicato, nè parlato male, che quello potrebbe anche essere solo il risultato di una pratica di autocontrollo da mettere in atto per non scoppiare a piangere quando tento di comprarmi un biglietto del treno dal sito di Trenitalia, e mi si refresha sempre la pagina quando sono al clic finale (gentile ufficio relazioni esterne, la prego di non querelarmi, è del tutto probabile che ciò sia dovuto a una mia personale tara genetica, o a un problema risalente ai primi anni di vita, quando caddi dalle scale della cugina Nicoletta che stava correndo: da allora ogni mezzo di locomozione che non siano le mie stesse gambe mi crea problemi). Quello di Lucia, invece, non è autocontrollo zen, è che come spesso accade la sofferenza le ha allargato il cuore: Yeshua vuole dire proprio “Dio allarga”, e guardando lei ho capito davvero cosa significa. Con ognuno di noi il Signore ha una pedagogia speciale, è la nostra personale storia della salvezza, che appunto è una storia, ed è lunga e sempre anche un po’ dolorosa, chè infatti se fosse qualcosa di istantaneo si chiamerebbe fotografia della salvezza. Quando uno è dentro il tritacarne generalmente non è tanto saggio, non apprezza la valenza pedagogica della fatica che sta facendo, e vorrebbe solo che finisse prima possibile. E’ per questo che è categoricamente vietato fare edificanti predicozzi sulla bellezza e il valore salvifico della croce alle persone che sono torchiate se non si vuole essere mandati a lumache. Nobili riflessioni sulla bellezza del dolore sono consentite solo quando i chiodi sono piantati nella propria carne, non in quella degli altri: quando è un amico a soffrire puoi solo abbracciarlo, sere seduto in silenzio vicino a lui, preparare una teglia di lasagne da consegnargli a casa, oppure se possibile portarla (in questo caso il femminile è d’obbligo) a comprare qualcosa di molto bello e di molto inutile, un capo con delle piume blu o almeno del coccodrillo viola. Comunque non so quando Lucia abbia cominciato a capire qualcosa, quando abbia cominciato a vedere le tracce della storia della salvezza nel suo dolore. Di sicuro nel momento in cui io l’ho conosciuta già diceva cose che me la facevano sembrare un’extraterrestre o, ed è in qualche modo lo stesso, una santa, cioè una persona che ha deciso di mettere la sua debolezza in Dio. E così invece di maledire quell’uomo, di stilare un fedele computo del numero dei calzini che aveva raccolto, delle cose che aveva sopportato, sfuriate, anniversari dimenticati, acquisti improvvidi di nuove lampade che non servivano al posto di ingredienti per la cena, occhiate distratte, nuovi tagli di capelli non notati, sacchetti della spazzatura non portati fuori o al limite scavalcati, insomma, invece di ricordare tutto questo Lucia ha cominciato a cercare di lavorare su se stessa, perchè proprio quando i figli e il marito (o la moglie) ti crocifiggono, è un’occasione per cambiare. Come un blocco di marmo Lucia si è lasciata portare via tutto quello che non era essenziale alla sopravvivenza, e da questo caos ha tirato fuori un’anima impoverita, limata, levigata, bellissima. Insomma, invece che parlare male del marito, quando ci siamo viste mi ha detto di quanto lei avesse smesso di essere fedele al lavoro che doveva fare sul proprio matrimonio, perchè il matrimonio non può essere, non principalmente, il posto in cui ci si riposa dalle fatiche, ma deve al contrario essere l’impegno principale. Io so che devo fare attenzione a non esagerare con lamentele, brontolii, rimostranze, critiche (un mio figlio dice che se su Google digiti “senso di colpa” il primo risultato è il mio nome). Infatti qualche sera fa, a tavola, quando io e mio marito ci stavamo chiedendo perchè nelle storie per bambini il protagonista debba quasi sempre essere un orfano, Lavinia ha ipotizzato:<<Perchè la mamma quando è viva, stressa.>> La sintesi è immediatamente diventata uno dei topoi letterari della nostra famiglia, tanto che quando comincio a rompere viene subito citato, anche nella sua forma sintetica <<la mamma quando è viva>>, al che io capisco rapidamente che è il caso di interrompere. Lucia per esempio, inondata com’era di bambini piccoli ha ammesso di aver lasciato troppo spazio a sua mamma in casa, e si sa quanto i mariti gradiscano, accanto a una moglie magari stanca e abbandonata al meno seducente dei tutoni felpati il rinforzo di una suocera, che diventa spesso non un aiuto per le emergenze, ma una costante per l’organizzazione delle giornate. E’ evidente che se la nonna c’è, ed è disponibile, si approfitta del suo aiuto, e magari si indulge anche un po’ nel chiederglielo, ma non si può dimenticare che il primo obiettivo è custodire la clausura della famiglia, anche a costo di faticare molto, molto di più. Conosco donne (e uomini) che non sanno liberarsi della ricerca dell’approvazione materna, la quale peraltro come si sa è spesso a uno standard elevatissimo, c’è sempre una misteriosa regola del codice materno che stai violando, qualunque cosa tu faccia. So anche che il mammismo è una delle più comuni cause di divorzio, e peraltro anche di nullità, per cui suggerirei di fare evacuare rapidamente le case possedute dalle mamme o dalle suocere, se possibile. Io sinceramente di fronte a un marito che se n’è andato con un’altra sarei molto più indulgente con me stessa, ma il mio agnellino preferito ha maturato nella preghiera questo sguardo di verità su se stessa, perchè si sa che la preghiera pulisce gli occhi come niente altro al mondo. La seconda responsabilità che Lucia ha ammesso è stata quella di avere dimenticato di essere un’amante, inverando la ben nota affermazione secondo cui “andare a letto con la propria moglie è come andare a caccia di anatre imbalsamate”, che è falsa, falsissima se solo ci si lavora un po’. Cura di sè, del tempo, creazione delle condizioni favorevoli, evitare di lasciare quei momenti per ultimi, o di aggiungerli a sterminate liste di cose da fare, come se non fossero che un altro punto. Adesso ometterei consigli facilmente reperibili su qualsiasi giornale femminile di serie diciamo dalla B in giù, tipo preparate una cenetta o mettete la biancheria giusta, perchè insomma il desiderio segue per ognuno strade misteriose e grazie a Dio diverse (pensa che tristezza se ci fosse la procedura standard seratina intima), e anche se di solito c’è una convergenza quasi universale del mondo maschile sull’apprezzamento di una brasiliana di pizzo rosa, l’importante è che si dia all’amore fisico tempo e spazio e soprattutto cura. Lucia dice che tutte queste cose le ha capite solo adesso, e che a volte questo dolore non è che un altro nome dell’amore di Dio, perchè come recita il salmo <<nella prosperità l’uomo non comprende, è come gli animali che periscono>>, e a un certo punto nel dolore, quando senti il cuore che tira e il cervello che scricchiola, la verità ti è miracolosamente a un tratto chiara. Il perchè ci voglia a volta la sofferenza per capire, anche per capire quel mistero che siamo noi a noi stessi, è un mistero a sua volta, e non lo si capisce se non dopo che è passato. La verità è che uomo e donna, anche se si scelgono con cura e tutta la convinzione, con discernimento e tutto quello che si voglia, alla fine sono due povertà che si donano l’una all’altra. Lei con le sue manie di controllo, lui con il suo egoismo – i due principali difetti dell’uomo e della donna – in più tutte le povertà e i difetti di ognuno, tutte le storie personali uniche e imperfette. Alla fine nel matrimonio puoi provare tutte le tecniche che ti pare, ma gratta gratta c’è un male nell’altro (esattamente come in te) che non risolvi se non te lo prendi su di te. Devi assomigliare al Signore e farti carico del male dell’altro, anche nel piccolo, banale male quotidiano. Quando l’altro è di cattivo umore, o scorbutico, o maleducato, o aggressivo,non si può dialogare con lui, o con lei, sullo stesso piano. Rispondere, litigare magari, non lo aiuta. Non serve. Bisogna spezzare la spirale nella quale sta lui (o lei, scusate, è la mia deformazione professionale di moglie, ma vale lo stesso per i mariti: spesso, direi sempre, capita che questo movimento non sia speculare, a volte è la moglie che fa il lavoro grosso, a volte il marito, magari per anni è uno, poi le cose cambiano) e rimandargli come uno specchio positivo la migliore delle immagini possibili che abbiamo visto di lui. Immagini a volte solo intraviste, in potenza, di quello che l’altro potrà essere. Amare nella speranza, è quello che dico alle mie amiche alle prese con la fase “salita pendenza 85 per cento” (fase a occhio e croce inevitabile). Solo che quando hai partorito da sola il quarto figlio di un uomo che se ne è andato con un’altra, amare nella speranza è essere un agnello estremo: Lucia è il mio agnello acrobatico. Lei dice che basta solamente smettere di ascoltarsi troppo. <<Beato colui che fa la volontà del Signore con o senza voglia>> è il suo motto, e in effetti lei deve avere imparato a fare le cose senza chiedersi se ne abbia voglia, senza chiedersi come sta, una delle domande più pericolose da fare a se stessi. E’ il famoso consiglio del mio padre spirituale <<chiudere i sentimenti nell’acquario sigillato>>, non lasciar dominare l’emotività, andare avanti con il ruolino di marcia facendo finta di niente. San Francesco diceva <<fate che il diavolo vi trovi sempre occupati>>, ed è in effetti un buon modo per fare cose buone. Non so, io personalmente appena mi chiedo se avrei voglia di fermarmi trovo sempre ottimi motivi per smettere quello che sto facendo, fare una bella pausa e gratificarmi con qualcosa (la chiamo la mia sindrome L’Oreal, “perchè io valgo). Ora non è che ci sia niente di moralmente riprovevole nella pausa caffè o in tutti gli altri equivalenti esistenziali, tipo trovare il modo di andare a comprare l’imprescindibile colla per sopracciglia, è solo che a volte semplicemente non si può fare. Si sa che la Chiesa è un grande corpo mistico, in cui ognuno è come un membro: chi è il piede faccia il piede, chi la mano eccetera, eccetera. Io nella Chiesa ho scelto il posto della predicatrice, direi che qualcun altro si dovrà assumere il ruolo di quello che mette in pratica. (Lucia ha sicuramente messo in pratica.) Ergo, mi sento moralmente autorizzata a continuare a comprare forcine con le perle di Accessorize ogni volta che sono stanca, o smalti di quel punto di rosso che effettivamente mi mancava, quando sono triste (“perchè io valgo”). Nelle pause fra un salto in profumeria (come vivere senza punti luce per gli zigomi?) e l’altro, vorrei ricordare che stare in famiglia, esserci davvero, non cercare altrove è l’impegno fondamentale per noi. Perchè ci si può stare anche solo fisicamente, e magari cercare ogni modo possibile per evadere, anche vestendo di religiosità le nostre evasioni: tante cose del Vangelo noi le leggiamo in modo spiritualoide, pazzoide,abbiamo un’idea strampalata della santità, e dobbiamo convertirci dalla nostra idea di santità a quella di Dio. Si può provare a fare il passaggio come padre Sergij del racconto di Tolstòj, che da monaco osannato da tutti aveva vissuto per gli uomini, anche se si immaginava di vivere per Dio. Poi aveva capito la sua vanità quando aveva incontrato una donna che si era completamente sacrificata per aiutare la figlia e i cinque nipoti, e finalmente anche lui, da tutti considerato un santo, si era convertito, e aveva cominciato a vivere davvero per Dio. Aveva lasciato il monastero dove la gente andava in processione da lui, e aveva preso a lavorare come giardiniere e maestro di scuola. Stare nella realtà, nella propria realtà, è l’unica via che ci è data. Per dire, Santa Francesca Romana vedeva scomparire il suo angelo custode, col quale dialogava abitualmente, quando trascurava la famiglia per andare a messa. Posso sempre dire che è per fare memoria di questo a me stessa che quando la Bbc mi ha intervistata via Skype avevo i panni ad asciugare sul termosifone, e mi sono entrati nell’inquadratura, con un effetto molto neorealismo che deve essere piaciuto a Londra, faceva molto mamma italiana. In realtà i panni me li ero dimenticati. Dimenticare. Questa è una parola chiave in famiglia. Non mi riferisco a quando una cosa ti passa di mente per sbaglio, per quanto anche l’argomento rivesta un certo interesse per le dinamiche famigliari, almeno per le nostre: è una delle caratteristiche che mi fa più ridere di mio marito, il quale infatti ormai è entrato nella parte. (Scambio di sms, sono in riunione a MIlano. Io: Guido, ti ricordi di ritirare la pagella di Bernardo? Lui: Bernardo chi?) . In realtà lui sostiene che anche io, che da giovane ero un’efficientissima rompiscatole, cominci a presentare segni di Alzheimer, e in effetti ultimamente una conversazione media tra noi ha più o meno questo svolgimento:

<<Chi era alla porta?>> <<Era il vicino, caro. Voleva dirmi che avevo lasciato le chiavi nella toppa>> << Ah, e dove eri andata?>> <<A cercare il telefono. Lo avevo lasciato in macchina. L’ho ripreso. Visto come sono efficiente?>> << Veramente efficiente. Solo chiavi e telefono. Brava>>.

Ecco, a parte questo dimenticare involontario, in realtà io ora mi riferivo al dimenticarti di te stesso che in famiglia ti viene richiesto semplicemente di stare al tuo posto. La famiglia è la negazione del tuo ego. Ci sarà sempre qualcuno che ha deciso di suicidarsi lanciandosi di testa sullo spigolo della madia quando sei nuda e con un piede nella doccia, qualcuno che ha bisogno di un tuo parere dettagliato su un disegno – sì, ma bello perchè? preferisci il verde pisello o il verde salvia? e perchè? – quando vuoi perdere tempo su Facebook (che al contrario è il viagra dell’ego); qualcuno che vuole la merenda quando nel tardo pomeriggio stai per addentare la prima agognata caloria della giornata; qualcuno che vuole un sorriso quando sei di cattivo umore; qualcuno che ti vuole raccontare perchè quel compagno “gli alza il nazismo” quando stai cercando di capire la busta paga della tata; qualcuno che vuole vestire una Barbie quando ti si chiudono gli occhi dal sonno; qualcuno che mentre ti autoflagelli per la cretinata che hai fatto vorrà spingerti in discesa e dirti quanto sia evidente che hai sbagliato. Il mio padre spirituale dice che sono tutti piccoli colpi di scalpello al blocco di marmo che siamo, e servono a ricordarci che il punto del battesimo è capire che il problema è il nostro ego. Anche Lucia dice che sta accogliendo questa fatica che fa ora, in questi anni, per lasciasi scolpire; per diventare santa, aggiungo io, lei non lo direbbe mai. Io sono sicura che sia così, che i colpi di scalpello ti facciano bene, mi fido, per carità, ma quando sono lì mi terrei tranquillamente il mio ego pesante e difettoso, pur di mangiarmi un piatto di pasta tranquilla con il giornale davanti (leggere mangiando è per me una delle punte massime di trasgressione, insieme direi a scrivere in sottoveste di mattina invece di andare al lavoro). E’ vero, noi abbiamo un hardware vecchio, antiquato, che non regge, ha un sistema operativo pesantissimo. Affidarsi a Dio e rinunciare a sè è la meta. Il modo per farlo non lo so, quando sei talmente preso che non hai più niente per te  – e la famiglia è il luogo in cui questo avviene – sei abbastanza al sicuro. La famiglia, per noi sposati, è l’unica via che porta a Dio, anche se ogni tanto ci viene più comodo passare per strade alternative, magari anche rivestite di apparente bellezza spirituale, perchè noi siamo bravissimi a raccontarcela. Tra l’altro, avere una famiglia, e metterla al primo posto, aiuta a prendere decisioni. Io, in cuor mio, la chiamo “regola di Mister Potato”, perchè ogni tanto allo specchio, come il personaggio di Toy Story che non vuole distrarsi guardando le Barbie discinte, ricordo a me stessa “sono un tubero sposato, sono un tubero sposato”, non per tentazioni simili a quelle di Mister Potato (la Barbie non è il mio tipo), me per il rischio, quello sì sempre presente, di dimenticare che la famiglia è il mio primo impegno, ed è dallo sguardo di mio marito e dei miei figli che vengo definita. Che poi è lo sguardo di Dio. Noi diventiamo nevrotici quando, per non deludere le attese di nessuno dimentichiamo Dio. E’ solo il suo lo sguardo a cui bisogno tenere e stare attenti a non far scattare nei confronti dello sposo la pericolosissima clausola del “tanto ormai”: faccio come mi viene tanto ormai tu ti accontenti di come sono. Che peraltro ho visto dividersi le coppie più inaffondabili, come prova la mia amica Lucia, e comunque “tenersi tanto ormai” non mi pare un granchè come obiettivo nella vita. Ecco, a questo punto, mi rendo conto che parlando dell’obbedienza alla famiglia ho fatto questo ritrattino leggermente claustrofobico di un luogo solo di lavoro, obbedienza, fatica, croce. In realtà credo invece che la famiglia sia l’esatto contrario, il posto più attraente al mondo, ma ho una sorta di pudore nel parlare di quanto trovi fantastica la mia combriccola casalinga, imprescindibile mio marito, adorabili i miei figli, certa come sono che per un capriccio della genetica i quattro prodotti più perfetti che il dna dell’umanità potesse assemblare siano stazionati proprio nella mia pancia, cosa che a ben vedere è una specie di miracolo dal punto di vista statistico, perchè persone dotate di qualità speciali ne nascono una ogni qualche milione, mentre a me ne sono state date in dotazione ben quattro su quattro. Di questa mia intima convinzione non faccio parola mai con nessuno, neanche con mio marito, il quale si ostina a considerare i nostri figli normali, neanche lui mi crede quando gli dico che sono quattro prodigi. Un giorno la storia mi darà ragione. Nel frattempo, senza dirlo a nessuno, nè tanto meno scriverlo per non cospargere di melassa il lettore, me li godo contemplandoli, andando a sniffare il loro alito quando dormono, chiedendo la loro mano (ma mi hanno detto che sono vecchia), spiando le loro conversazioni serali prima di addormentarsi. Camera delle femmine: tu sarai sempre la mia migliore amica? Sempre! Allora ti regalo la mia penna di Violetta. No, tienila tu, preferisco che tu sia felice (a questo punto di solito ho un attacco di carie). Camera dei maschi: oh, l’hai vista sta foto? No. Guarda. Non c’ho voglia di sporgermi. Te la mando. (invio di foto su WhatsApp da un piano all’altro del letto a castello.) Segue mia riflessione sulla differenza maschile e femminile, e la conclusione che sono una delle persone più fortunate dell’universo ad avere avuto quattro creature così bene assortite. E’ per questo che le mie figlie mi disegnano sempre con una bocca sorridente tipo rana dalla bocca larga.

<<La mamma è sempre contenta!>> <<Eh, per forza, ha avuto noi che siamo bellissimi!>>”

Finalmente ho finito….spero che non vi siate già addormentati ma che abbiate letto tutto questo capitolo e spero ancora di più che, leggendo questo capitolo, vi venga davvero voglia di leggere anche il resto perchè merita la pena secondo me!!

Bye Bye … alla prossima!!!

Il sole dentro

Perchè il sole dentro…perchè alla mia età mi sento, non dico arrivata, perchè probabilmente non si arriva mai neanche a 100 anni ma risolta. Ho la famiglia che ho desiderato ardentemente, ho due figli che sono la mia più bella ragione di vita, ho un marito che adoro, ho il lavoro che volevo, da fare da casa, senza perciò trascurare nulla, che mi permette di conoscere tanta gente, di stare in compagnia, di lavorare divertendomi e raccogliere soddisfazioni. Non che fare la mamma non mi dia soddisfazione ma i miei pargoli stanno crescendo e, gioco forza, come dice Elisa in una sua recente canzone che adoro:

“Sarà difficile….dire tanti auguri a voi. Ad ogni compleanno andate un po’ più via da me…”

e così avere un piano B non guasta. Adoro leggere, ora per esempio sono alle prese con Chiara Gamberale e il suo “Le luci nelle case degli altri” e come già mi è successo per il suo “Per dieci minuti” mi ha letteralmente conquistata con il suo modo di scrivere. Sembra caotica, a tratti disordinata ma sembra solo perchè se si scava nel profondo, se si riflette mentre si legge si aprono dei significati reali, attuali e veri. Avete letto per esempio “Quattro etti d’amore, grazie”? Se non lo avete fatto ve lo consiglio così capirete di ciò che parlo. Comunque, dicevo, adoro, ma proprio adoro leggere, mi definisco persino una lettrice compulsiva perchè, se escludiamo i gialli, i fantasy e gli horror leggo di tutto. Sono curiosa e mi piace sentire la mia mente aprirsi ogni libro letto. Ognuno di loro è una lezione di vita, è un piccolo passo alla ricerca di me, di quello che sono e soprattutto di quella che voglio essere. A 42 anni ho finalmente capito che voglio circondarmi di belle persone, di persone che mi arricchiscano perchè non ho più voglia di perdere tempo dietro alle falsità, alle invidie e alle gelosie. Ecco perchè “il sole dentro” perchè io ce l’ho, lo sento e voglio conservarlo per i giorni che verranno!!!

Benvenuti!!!