SPOSATI E …

 

 

Sposati e sii sottomessaA sto giro non farò la mia solita recensione di un libro che ho amato particolarmente perchè vero in ogni sua pagina. Ogni frase mi faceva dire “Ma qui si parla proprio di me!”, vi dico solo che questo libro è il primo di una trilogia. Che lo ha scritto una donna che scrive come parla e la sua scrittura ti prende proprio perchè mentre stai leggendo ti sembra di essere seduta al bar con lei e che lei, Costanza Miriano, ti stia parlando. Ma no, non mi limiterò a recensire e raccontarvi di cosa parla ma voglio condividere con voi un passo che condivido e sottoscrivo parola per parola….io ovviamente non avrei saputo spiegarlo così bene. Pronti????… Via!!!! :

” E’ bene che le donne lavorino? Questa è una delle poche domande a cui non so rispondere, io che di solito mi aggiro per il mondo con un coltellaccio tra i denti per menare fendenti senza speranza di ricucitura tra il bene e il male, tra il giusto e lo sbagliato, tra il vero e il falso nella mia vita e, che Dio mi perdoni, a volte anche in quella degli altri. Qui però la questione è un po’ più complessa, e allora posso tentare, nella risposta, il massimo dell’articolazione a me accessibile. Una donna non può lavorare quanto un uomo, se ha figli; nè con i modi di un uomo, anche se i figli non li ha. Il lavoro per una donna deve essere capace di adattarsi alle fasi della vita delle persone di cui una donna si fa carico, e deve sempre avere uno stile di accoglienza. Non è che non mi renda conto di essere quanto meno “fuori linea”, ma mi conforta il pensiero delle donne in carne ed ossa che conosco, che non scrivono e non fanno tendenza, però esistono e sono anche tante.

La domanda da farsi è: cosa è bene per i figli, per la mia famiglia, per le persone che hanno bisogno di me? La risposta a questa domanda va messa al primo posto, prima della mia realizzazione, che è sacrosanta ma viene dopo, dei tempi per me stessa, dell’indipendenza economica, di mettere a frutto quello che ho studiato. Con il suddetto coltellaccio tra i denti mi azzardo ad affermare che il bambino, nei suoi primi tre anni di vita, avrebbe bisogno di una presenza pressochè costante della mamma, o di assenze ridotte, che non devono certo diventare la parte preponderante della giornata. Almeno il primo anno lo vedrebbe anche un cieco che il bambino vuole, e a buon diritto, la mamma. Una società che non tiene conto di questo è una società che maltratta i bambini. Si possono portare tutte le giustificazioni economiche e organizzative che si vogliono, ma deve essere chiaro che in nome di quelle si calpestano i diritti dei più deboli. E non mi sto portando a esempio, visto che per i primi due bambini non mi è stato proprio possibile lasciare così a lungo il lavoro, a prezzo di mal di pancia, cuore stretto, coppette assorbilatte grondanti. Non sono convinta che conquistare la possibilità di lasciare i propri figli al nido o a una baby sitter o anche a dei nonni meravigliosi sia emancipazione. Non sono certa che sia un bene lasciare i figli per la maggior parte della loro giornata a scuola, a tempo pieno, quindi non seguendoli nei compiti, e affidandoli alle mani di insegnanti che, se si è fortunati, possono anche essere bravissimi, ma che purtroppo non si possono scegliere. Non sono convinta che entrare a così caro prezzo nel ciclo di produzione e consumo sia emancipazione. Non sono certa che dividere a metà col padre i pesi del lavoro di casa, confondendo i ruoli e provocando malesseri da entrambe le parti sia emancipazione. Non sono convinta che questi malesseri siano estranei a tante crisi nei rapporti. Ci sono lavori e lavori, è vero. Spesso si tratta solo di una fonte di reddito, diventata indispensabile per una dignitosa sussistenza, e allora forse bisognerebbe rivedere qualcosa. Se prima bastava uno stipendio, e adesso ne servono due, vuol dire che qualcuno si è preso due lavoratori al posto di uno. Allora qualche economista illuminato dovrebbe aiutarmi a capirci qualcosa: dobbiamo abbassare il tenore di vita consumando di meno, eliminando esigenze che oggi ci sembrano imprescindibili, ma solo ieri erano lussi?  Oppure forse quello che serve per vivere, la casa innanzitutto, costa davvero troppo rispetto a un solo stipendio in casa, che prima bastava?

Poi ci sono lavori che servono principalmente a gratificare, e ad alzare il tenore di vita, e a lume di naso sono parecchi. In questo caso rallentare in presenza di figli piccoli è un dovere, e chi non lo osserva è un’egoista: l’apostrofo non è un refuso. E’ così difficile farlo perchè per qualche motivo si pensa che il lavoro fuori nobiliti di più di quello in casa, dove la platea in grado di rilasciare ufficiali attestati di stima è più ristretta e tende a considerarsi scontata. Diciamo che, è vero, a casa le gratificazioni non sempre fioccano, e quando arriva un apprezzamento bisogna poi farselo bastare per i tempi in cui, come è normale, si viene considerate un elemento domestico, che non è da omaggiare particolarmente, come non si ringrazia la lavatrice alla fine di ogni centrifuga.

Conosco una geniale madre di sei figli, laureata in filosofia che è stata felicemente a casa, e un’altra geniale madre di sei figli che ha fatto felicemente la psichiatra. Forse è il momento di rivedere la solita contrapposizione tra gratificazione e rinuncia, adesso che ormai la libertà di lavorare ce l’abbiamo, e stare a casa non è più una  scelta obbligata. Qualcuna, potendo, lo potrebbe anche scegliere con gioia, senza sentirsi sminuita. C’è da dire che ci sono donne e donne. Ci sono quelle costrette a lavorare struggendosi di nostalgia per il piccolo di pochi mesi che ha rapito il loro cuore e ci sono quelle che non rinuncerebbero mai alla propria indipendenza economica, di tempo, organizzativa, anche essendo ricche sfondate. Ci sono quelle che vanno al lavoro per riposarsi, e fingono di avere da fare anche oltre l’orario, pur di non combattere con i figli a casa. Ci sono quelle che mandano il figlio di quattro mesi al nido anche quando lavorano il pomeriggio, così la mattina in palestra risollevano il gluteo. Ci sono quelle che senza il lavoro non sanno chi sono, non sono riconosciute socialmente, non si sentono realizzate…

Abbiamo faticato per ottenere questa possibilità: una lotta lunga, basti pensare che solo negli anni Sessanta il governo italiano, c’era Fanfani, tolse alle aziende il diritto di licenziare le donne quando si sposavano e rischiavano di avere bambini.

Certo il problema di conciliare c’era e c’è. La sintesi è possibile? Lo ignoro.

Il lavoro per come la vedo io dovrebbe poter essere elastico e modulabile nel corso della vita. Deve essere possibile, solo per fare un esempio, qualcosa tipo mettersi in aspettativa per anni, ma a due condizioni, che mi viene da ridere solo a scriverle, tanto sono lontane dalla realtà. Innanzitutto servono dei cospicui assegni familiari, o il famoso quoziente, qualcosa che non sia un’elemosina e che non costringa i volenterosi genitori ad approntare un cartone e un po’ di cellophane a mò di abitazione sotto il più vicino porticato. Perchè, per esempio, non devolvere a questo una parte dei fondi ripescati dalla voragine dell’evasione fiscale, visto che un figlio educato rispetterà le regole e farà il proprio dovere anche pagando le tasse? La seconda condizione è che ci sia anche una remota possibilità che, tornando al proprio posto di lavoro non si venga collocate alla pulitura cessi o all’ufficio fotocopie. Ne vuoi troppe, mi dicono le colleghe senza figli.

Certo, è vero, se lavorare bene e cercare di tirare su i figli bene è troppo, sì, voglio troppo. Una posizione legittima, da parte di chi ritiene che i tuoi figli siano fondamentalmente fatti tuoi, per non usare l’altra parola. E forse anche da chi pensa che una mamma presente debba essere una schiappa al lavoro. Se, invece, pensiamo che i figli sono un bene di tutti, e non soltanto perchè pagheranno le pensioni bla bla, ma perchè saranno loro a dare l’impronta al mondo che verrà, allora chi vuole dedicarsi all’educazione va aiutato e favorito. Una mamma che sta a casa non è certo la garanzia di niente, ognuno potrebbe citare fior di esempi di madri presenti e molto inutili quando non dannose, è vero. Però certo non aiuta delegare, parcheggiare, non avere tempo, che è invece precisamente quello che ci vuole per manifestare amore, e per insegnare ai ragazzi a ragionare, incuriosirli, appassionarli, accompagnarli verso un orizzonte alto. Io non so come si fa, di certo non andandosene. Il mio sogno sarebbe di andare in pensione per un decennio adesso, e restituire all’azienda e alla società dieci anni di lavoro quando avrà sessant’anni. Però,mentre ora sono cronicamente sfinita e mi addormento su qualsiasi superficie riesca a posare le mie stanche membra, a sessant’anni, se ci arrivo, magari sarò costretta a inventarmi qualcosa per far finta di avere ancora impegni. Mio marito mi prevede insopportabilmente iperattiva. Non sarebbe meglio averne ora, di tempo, adesso che, solo se potessi convertire in lavoro le ore del sonno, sarei quasi in pari con tutto quello che devo fare? …

In attesa di ottenere il diritto alla pensione anticipata di una venticinquina di anni, bisogna dunque cercare di conciliare, limitando i danni, accorciando i programmi e accettando i propri ritardi. Sarà necessario cercare di non accasciarsi sulla scrivania dopo una notte passata a tenere fazzoletti bagnati su fronti febbricitanti, e bisognerà approntare un’espressione intelligente quando il capo ti parlerà di qualcosa che è successo la sera prima, e tutti sanno cos’è, e tutti vi alludono perchè è stata l’apertura del tg delle venti e a dominato i talk show serali, e tu ti stai sforzando di capire se è morto Obama o la Cina ha deciso di riscuotere tutti i suoi crediti e far fallire mezzo mondo, ma brancoli nel buio, perchè tu alle venti stavi guardando Cip & Ciop, o raccogliendo semolino sputazzato. Eppure ogni volta che sui giornali o nei dibattiti pubblici si parla di conciliazione si parla solo di aumentare gli asili nido, mai di politiche di vera flessibilità. Gli asili nido dove lasciare un bambino a tre mesi non sono il vero aiuto che serve a conciliare. Le vere pari opportunità si hanno quando a una madre è consentito di stare a casa con i bambini piccoli, non di ammazzarsi di lavoro dentro e fuori casa, lasciando il proprio lattante nelle mani di un’altra.

E’ chiaro, quindi, che la donna non può lavorare come l’uomo, ma deve trovare un suo modo, una sua misura, un suo stile. Non è giusto che ci si costringa a scegliere: o accetti le regole, i tempi, i modi dei maschi, mettendo da parte tutto quello che hai a casa, o sei fuori.  Una donna che deve fare un’infinità di cose a casa tenderà, quando è possibile, a concentrare il lavoro in meno tempo, a tagliare i tempi morti per correre a casa. Solo che, per un perverso meccanismo  che la mia povera mente non riesce a penetrare, questa abilità – fare le cose in meno tempo – non viene considerata un valore, ma un limite. Se questo è il criterio di giudizio, una donna è tagliata fuori. Almeno fino a che l’organizzazione del lavoro non preveda di integrare le esigenze familiari, con flessibilità, intelligenza, nell’interesse dei bambini, che tutti proclamano di voler difendere, e di cui tutti si disinteressano, costringendoci a sacrificare offerte altissime sull’altare della riuscita nel lavoro. O a rinunciare. Sarebbe un peccato perchè siamo brave, abbiamo qualcosa da dare. Basta vedere la differenza tra maschi e femmine a scuola. Dal punto di vista strettamente scolastico non c’è partita. Le femmine sovrastano i loro compagni, e di parecchio. Certo, il rendimento scolastico non significa tutto: le biografie dei geni sono piene di insegnanti ottusi che non comprendono una qualità così sfuggevole come l’intelligenza. Però è un fatto che dall’asilo all’università le femmine sono più brave, diligenti e veloci a finire gli studi. Mi chiedo, quindi, dove avvenga il sorpasso. In quale esatto punto tra la prima elementare e la presidenza del Fondo monetario internazionale le femmine perdano tutta la loro intelligenza, bravura, capacità di lavorare. Com’è che le maestre le trovano più brave, ma nei board degli organismi di potere non esistono? In quale punto della loro formazione l’intelligenza si offusca tanto da impedire loro di contare qualcosa nei centri di potere vero, cioè quello economico?

E’ ovvio che non è un problema di valore, ma di potere. Chi lo ottiene deve essere affidabile, deve decidere in base alle logiche interne del potere, che deve offrire garanzie di automantenimento. Per questo una donna non ci arriva, perchè una donna è accogliente e il comando ha altre logiche. Non è fatto per noi. Il potere come affermazione di sè alla maggior parte di noi non interessa. Dare la colpa agli altri, anche se è una pratica piuttosto diffusa, è segno di immaturità. Ed è anche noioso. Noi donne, dunque, dobbiamo uscire dalla logica della lamentela e prendere atto del fatto che siamo diverse. Non è una congiura, non è l’oppressione, è che noi siamo fatte per un altro tipo di potere. Quando lo otteniamo, dovremmo usarlo come una responsabilità da gestire, come fa una una madre: non il capo supremo che decide per tutti, ma una persona intelligente che capisce quello che i suoi sanno fare e dà a ognuno il suo posto.

Le donne sanno gestire le persone, le situazioni, le emergenze. I CAN MANAGE ANY CRISIS: I HAVE CHILDREN dicono gli adesivi sulle macchinone americane a sette posti.Certo che una donna può gestire qualsiasi crisi: vede davanti, dietro, ai lati, con gli occhi, le orecchie, con le mani e il naso. Siamo capaci di stare su più fronti, di risolvere i problemi molto velocemente al lavoro senza dimenticare quello che succede a casa. Figurati che paura ci può fare una troupe che non arriva, il pedinamento di un ministro, uno sciopero aereo. Un solo problema alla volta non è niente. Sopportiamo la fatica e il dolore meglio degli uomini, come può testimoniare chiunque abbia avuto in casa un uomo con la febbre, che a trentasette e mezzo comincia a dettare le sue ultime volontà. Eppure non siamo fatte per il potere. E le donne che arrivano a ottenerlo spesso sono arrabbiate, perchè stanno tradendo la propria natura, insicure e quindi violente. E se rinnegano da una parte la propria profonda femminilità – la dolcezza, l’apertura – dall’altra la ritirano fuori incarnandone i più deteriori stereotipi. Possono diventare isteriche, uterine, passionali, e capaci di cattiverie che un uomo non si sognerebbe. E’ questo il dubbio che ci attanaglia, senza che riusciamo ad arrivare a un documento condiviso – troppo brevi le pause caffè, o le telefonate durante la cottura del petto di pollo panato, cavallo di battaglia della madre lavoratrice -: diventano cattive quando arrivano al potere o ci arrivano perchè sono cattive da prima? ”

SPOSATI E SII SOTTOMESSA

Pratica estrema per donne senza paura

di

Costanza Miriano

Sonzogno Edizioni

€. 12.00

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